La Milano nera di Giorgio Scerbanenco

Pubblicato il 7 Novembre 2019 in , , da Pierfranco Bianchetti
Giorgio Scerbanenco

Un giovanotto, alto e magro spesso passa le sue notti come volontario sulle ambulanze della Croce Rossa raccogliendo ubriachi, feriti, malati, persone affette da deliri. Siamo a Milano negli anni Trenta in pieno regime fascista che ha praticamente quasi abolito la cronaca nera sui giornali. Nell’Italia del ventennio i crimini non esistono, ma è ovviamente una bugia perché la realtà della vita è ben diversa. Il giovane si chiama Vladimir Scerbanenko nato il 28 luglio 1911 a Kiev in Ucraina da madre romana e da padre professore di latino e greco ucciso durante la Rivoluzione d’ ottobre dai bolscevici.  Approdato prima a Roma e poi nella metropoli lombarda, Giorgio Scerbanenco (ha italianizzato così il suo nome e cognome) vuole fare lo scrittore pur essendo autodidatta. Dotato di una fertile fantasia è velocissimo nello scrivere (anche dieci cartelle all’ ora senza una correzione) e nel ’34 già pubblica per la casa editrice Rizzoli la sua prima novella dopo essere stato scoperto da Cesare Zavattini che ne ha intuito il talento.

La carriera giornalistica di Giorgio è rapidissima. Nominato direttore dei periodici Novella e Bella inventa una posta del cuore firmata con il nome di Adrian e di Valentino. Con la sua fedele macchina da presa si dedica ai racconti western, di fantascienza e di letteratura rosa; cura la rubrica “Gangsters e Gmen” su Il secolo illustrato con lo pseudonimo di Denny Sher creando storie poliziesche ambientate nelle città americane. Poi nel 1939 passa alla Mondadori periodici, collabora alla Gazzetta del Popolo, al Corriere della sera, al Resto del Carlino e pubblica a puntate numerosi romanzi d’ appendice molto seguiti dai lettori.  Nel frattempo l’Italia è nel pieno della seconda guerra mondiale e nel 1943 è spaccata in due con la nascita della Repubblica di Salò.  Scerbanenco emigra in Svizzera mantenendosi grazie a collaborazioni giornalistiche con periodici di lingua italiana.

Giorgio Scerbanenco
“Milano, calibro 9”

Tornato nella Milano liberata riprende a scrivere dedicandosi in particolare al genere noir. La sua scrittura è elegante e scorrevole e la sua immaginazione lo porta a raccontare storie criminali ambientate in particolare nell’ambiente metropolitano milanese in un’Italia che sta cambiando rapidamente con il boom economico di fine anni Cinquanta. Il suo modo di descrivere un mondo apparentemente florido e felice nasconde senza mezzi termini una realtà diversa nella quale prospera e si arricchisce una criminalità spietata e feroce nata nei quartieri periferici. Uno dei suoi primi personaggi è Duca Lamberti, ex medico radiato dall’albo per avere praticato una eutanasia a una vecchia signora malata gravemente, che per il suo fine intuito investigativo collabora con la polizia e con il commissario Luigi Càrrua, futuro questore della città.  Lamberti è il protagonista della quadrilogia di grande successo anche all’estero Venere privata, Traditori tutti, I ragazzi del massacro, I milanesi ammazzano il sabato.A Scerbanenco la fama non dà però alla testa. Sposatosi con Nunzia Monanni, diventa padre di due figlie rimanendo un uomo timido e riservato che vive la sua vita lontano dagli ambienti importanti del giornalismo e dell’editoria limitandosi a lunghe passeggiate per il centro di Milano. Nel 1965 innamoratosi della cittadina balneare friulana di Lignano Sabbiadoro, vi si trasferisce. Quasi tutte le mattine lo scrittore raggiunge un caffè sulla spiaggia nel quale lo aspetta la fedele macchina da scrivere affidata al gestore del locale, dove può lavorare

Giorgio Scerbanenco
Raffaella Carrà in “Il caso Venere privata”

in pace ai suoi romanzi. Ben presto il cinema italiano si appropria delle sue opere che fanno gola a molti registi e produttori.  Il 30 dicembre 1969 arriva nelle sale I ragazzi del massacro, film di Fernando Di Leo liberamente tratto dall’ omonimo noir con Pier Paolo Capponi nei panni del commissario Luca Lamberti (nome sbagliato che appare scritto sulla scrivania del funzionario) incaricato di indagare sullo stupro e sul delitto commesso da alcuni studenti di una scuola serale nei confronti di un’insegnante. Poi nel 1970  il francese  Yves Boisset  firma Il caso Venere privata (in Francia il romanziere è molto popolare) con Bruno Cremer nei panni di Duca Lamberti incaricato di occuparsi di un ragazzo alcolizzato e depresso a causa del suicidio di una giovane interpretata da una Raffaella Carrà quasi irriconoscibile con indosso una parrucca nera e una minigonna arancione, coinvolta in un giro di pornografia. In una delle sequenze l’attore francese in automobile nel corso di un pedinamento di un sospettato si apposta davanti al cinema Excelsior in Corso Vittorio Emanuele le cui locandine annunciano la programmazione di Metti una sera a cena.  Ormai la sua opera letteraria attrae sempre più il grande schermo. Milano calibro 9, 1972 dal racconto Stazione Centrale, diventa un cult diretto ancora da Fernando Di Leo con un memorabile Gastone Moschin nel ruolo di Ugo Piazza, un duro della malavita milanese appena uscito da San Vittore e accusato di aver nascosto il malloppo consistente di 300.000 dollari. Pestato da un malavitoso siciliano con la faccia di Mario Adorf e da due suoi complici, Piazza Giorgio Scerbanencoscatena una lotta senza esclusione di colpi con vari morti ammazzati e scene di violenze crudelissime. Nel frattempo due poliziotti cercano di fermarlo. Sono un commissario (Frank Wolff), il classico sbirro dalle idee politiche di destra e il suo vice (Lugi Pistilli), schierato invece a sinistra, convinto che i veri responsabili dell’ondata di criminalità sia una certa borghesia corrotta pronta a trasferire i suoi sporchi guadagni all’ estero. Nel ’72 ancora di Di Leo esce La mala ordina dal racconto Milano by Calibro 9, sempre con Mario Adorf questa volta nel ruolo di Luca Canali, un piccolo macrò cui hanno ucciso la moglie (Sylvia Koscina) e la figlia, pronto a vendicarsi dando la caccia ai responsabili. Del ’75 è  L’assassino è costretto ad uccidere ancora per la regia di Luigi Cozzi, che traduce in immagini il romanzo Al mare con la ragazza. Un architetto vorrebbe sbarazzarsi dell’ingombrante moglie servendosi di un killer da lui ricattato. Nel ’76 Liberi, armati, pericolosi di Romolo Guerrieri tratto dal racconto Bravi ragazzi bang bang, vede l’esordio di Diego Abatantuono nei panni di Lucio, un giovane corrotto e annoiato della buona borghesia milanese. Nel cast anche Tomas Milian, un poliziotto tosto e determinato. Purtroppo il nostro Simenon e il caposcuola di una generazione di scrittori noir (Renato Olivieri, Piero Colaprico, Andrea G. Pinketts, Gianni Biondillo e altri) che nell’ultimo periodo si è dedicato alla realizzazione di sceneggiature e soggetti per il cinema, muore a Milano dopo una breve malattia a soli cinquantasette anni il 27 ottobre ’69, due mesi prima della strage di Piazza Fontana. L’Italia sta per affrontare una stagione di grandi sofferenze causate dalla strategia della tensione. Non sapremo mai come Giorgio Scerbanenco avrebbe descritto e interpretato nei suoi  libri una realtà così difficile e tragica con la quale ancora oggi non abbiamo fatto i conti…

Giorgio Scerbanenco
Gastone Moschin in “Milano, calibro 9”

2 thoughts on “La Milano nera di Giorgio Scerbanenco

  1. Grazie Claudio. Lo scrittore è stato davvero un grande. Peccato per la sua scomparsa così giovane. Come avrebbe interpretato la Milano degli anni della Tensione…. Purtroppo non lo sapremo mai….

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