Dalla parte di lei: “Tenaci, combattive e risolute le donne protagoniste del cinema nel dopoguerra”

Pubblicato il 16 aprile 2018 in , , da Pierfranco Bianchetti
bellissima

È una bella domenica di sole quella del 2 giugno 1946. Il popolo italiano ancora traumatizzato dagli eventi bellici che hanno causato danni morali ed economici pesantissimi, si reca ai seggi elettorali per scegliere tra monarchia o repubblica. Per la prima volta le donne italiane possono finalmente votare. Dopo aver sostituito nei duri anni di guerra gli uomini al fronte nei lavori più pesanti in fabbrica e sui tram, come ricompensa sono messe da parte per fare posto al rientro dei loro padri, fratelli, mariti e fidanzati in divisa peggiorando così una situazione economica che grava sul paese tutto da ricostruire. Il cinema italiano, che all’epoca è un mezzo di svago popolarissimo, sa cogliere questo disagio femminile, frutto di promesse e illusioni coltivate durante la lotta di liberazione per una rapida emancipazione sociale ed economica. L’Italia è ancora fortemente divisa in classi sociali molto differenziate per censo, abitudini e costumi. Sugli schermi escono film come Caccia tragica, 1946, dedicato alle lotte dei braccianti della campagna veneto-emiliana; Riso amaro, 1948, che fa conoscere la vita grama delle mondine nelle risaie del vercellese e ancora Non c’è pace tra gli ulivi, 1950, sull’esistenza durissima dei pastori della Ciociaria; tre pellicole dirette da Giuseppe De Santis, un regista che ha sempre messo in primo piano le donne coraggiose compagne dei loro uomini reduci dai campi di prigionia e ai quali la società non riconoscerà i sacrifici e i patimenti subiti in divisa.

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“Non c’è pace tra gli ulivi”

Silvana Mangano è la mondina di Riso amarola bellissima e sensuale Silvana che balla il boogie-woogie, mastica chewing gum leggendo Grand Hotel.La sua immagine turba i sonni degli spettatori maschi italiani sconvolti dal suo fascino erotico per l’epoca inusuale. Non è da meno Lucia Bosè, ex cassiera milanese dal fascino travolgente, protagonista di Non c’è pace tra gli ulivi, nel ruolo della fidanzata di un pastore (Raf Vallone) ritornato al suo paese dopo la prigionia che scopre con amarezza la triste situazione della sua famiglia caduta nelle mani di un usuraio. Ancora De Santis nel 1953 da un vero e clamoroso fatto di cronaca trae Roma ore 11, un film di denuncia della disoccupazione femminile di quegli anni. La pellicola, un’interessante galleria di ritratti al femminile, racconta il tragico crollo di una scala in cui si sono affollate centinaia di ragazze in attesa di un colloquio per un modesto impiego. Ancora nel ’54 Mario Soldati tentando di bissare il successo di Riso amaro firma La donna del fiume, interpretato da un’emergente Sophia Loren, un melodramma padano girato nelle valli di Comacchio. I tempi, però, stanno cambiando. Il cinema di casa nostra affronta con più ottimismo e vigore la realtà abbandonando il neorealismo ormai giunto al termine della sua vena creativa. Si cerca un modo di interpretare l’Italia con toni meno drammatici. In Un marito per Anna Zaccheo, 1953, ancora Giuseppe de Santis sceglie la dirompente Silvana Pampanini per interpretare iuna popolana napoletana determinata nel conseguire un buon matrimonio, sogno e aspirazione di tutte le donne. Le cose non andranno come lei pensava costringendola in fine a rinunciare all’amore.

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“La donna del fiume”

Nel ’54 con Giorni d’amore, il regista dirige un giovane e simpatico Marcello Mastroianni e la dolce e tenera Marina Vlady nei panni di due contadini della Ciociaria innamorati e poveri, costretti a inscenare un finto rapimento seguito da un matrimonio rapido e riparatore, per evitare le costose spese di una tradizionale cerimonia di nozze. Il film è un’allegra e genuina commedia a colori su di un’Italia contadina semplice, sincera e non ancora contaminata dal consumismo. Sono anni nei quali si va affermando il cosiddetto neorealismo rosa, che ha soppiantato appunto il neorealismo di Rossellini e di De Sica, ispirato invece all’ottimismo nei confronti di un futuro migliore, di un benessere a portata di mano soprattutto per le classi meno ambienti. Pane, amore e fantasia, 1953; Pane, amore e gelosia, 1954 di Luigi Comencini; Pane, amore e…,1955, di Dino Risi, derivano dalla commedia rusticana, dall’arte dei fratelli De Filippo. Sono film ambientati in piccoli paesini di provincia lontani dalle grandi città che propongono un nuovo tipo di donna, la diva popolare diversa dal modello hollywoodiano. Lucia Bosé, Gianna Maria Canale, Gina Lollobrigida, Eleonora Rossi Drago, Silvana Mangano, Sophia Loren e Silvana Pampanini sono le maggiorate fisiche che arrivano davanti alla macchina da presa totalmente digiune di recitazione. Siamo molti vicini alla nascita della vera commedia all’italiana tanto amata nel mondo e il decennio degli anni ’50 è davvero un momento magico per l’industria cinematografica con diecimila sale sempre piene di spettatori, incassi eccezionali e l’affermazione di una giovane generazione di nuovi divi.

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“Pane, amore e gelosia”

Un capitolo a parte merita naturalmente Anna Magnani, figura chiave del neorealismo, interprete del capolavoro Roma città aperta, 1945 di Roberto Rossellini e ancora di Il bandito, 1946, di Alberto Lattuada; L’onorevole Angelina, 1947 di Luigi Zampa e Bellissima, 1951 di Luchino Visconti, nel quale è la mamma frustrata che tenta di trasmettere le sue illusioni e i suoi sogni infranti alla figlia, per avviarla a un’impossibile carriera cinematografica. La Magnani con i suoi personaggi incarna spesso la figura della generosa popolana capace di esprimere valori semplici, ma onesti di un’Italia povera, emarginata e sottomessa, quella delle classi più umili, alla ricerca di un riscatto sociale. Negli anni Sessanta l’Italia si trasforma per merito del boom economico che modifica anche il ruolo femminile nella società con l’arrivo nelle case degli elettrodomestici, dei cosmetici per la cura del corpo e con la possibilità di svolgere lavori diversi rispetto al passato. Nel 1961 con L’avventura Michelangelo Antonioni, il cantore dell’incomunicabilità e della crisi esistenziale della borghesia, lancia Monica Vitti, il nuovo ritratto femminile tormentato, sofferente, ma emancipato. Contemporaneamente si affacciano alla ribalta Claudia Cardinale, Stefania Sandrelli, Catherine SpaaK, che sono il simbolo e il modello della donna moderna. Il 1968 è ormai alle porte e nuovi profondi cambiamenti stanno per arrivare…

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“L’avventura”

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