Secondo il Vocabolario Treccani della Lingua Italiana, la solitudine è “la condizione, lo stato di chi è solo, come situazione passeggera o duratura”. Questo stato, che può essere percepito come temporaneo o permanente, specie per molti giovani, rappresenta la situazione più temuta, fonte di paura per eccellenza. La più temuta, ma forse, semplicemente, la più diffusa
Da questi presupposti nascono analisi, suggerimenti e proposte, sempre animate da buone intenzioni, ma basate sull’idea, non necessariamente dimostrabile, che la paura di stare soli sia un fatto naturale e, quindi, da contrastare con mezzi appropriati.
In particolare poi, con un salto logico singolare, ci si meraviglia che essa possa avere questa diffusione in un’epoca caratterizzata dalla presenza rilevante dei “social” e dalla facilità di una “connessione” alla portata di tutti.
In altri termini, per qualche imperscrutabile ragione, l’iperconnessione dovrebbe ripercuotersi in senso positivo sul sentimento di solitudine riducendone l’impatto, ma poiché questo sembra non avvenire, a volte se ne deduce al contrario che siano gli stessi “social” a favorire l’isolamento e l’angoscia della solitudine.
L’importanza di sapere stare da soli
Perché mai la solitudine dovrebbe spaventare al punto da costituire un problema vitale? Per restare al mondo giovanile, quando l’infanzia termina, si risveglia in noi tutti una certa dose di trepidazione. La porta sulla vita si apre (anche perché in fondo noi stessi vogliamo aprirla), ampliando gli spazi e offrendoci nuovi orizzonti, ma anche staccandoci sempre più dal nido rassicurante, anche se forse pure detestato, che ci ha accolto e seguito per un certo periodo di tempo.
Allora è facile che si avverta, dentro di noi, un’incertezza poiché nulla è dato in anticipo.
L’incertezza sul futuro, su quello che ci riserverà, sulle nostre capacità di fronteggiarlo, su chi incontreremo e su come saremo accolti e accoglieremo, è del tutto ragionevole: come sarà il domani? Cosa mi attende? Ce la farò? Sarò all’altezza? Amici? Nemici? E così via.
Si tratta del timore di non essere all’altezza che tutti, più o meno, proviamo di fronte alle situazioni inedite. È il timore di ogni esploratore ma, di solito, esso cede all’interesse, alla curiosità che spinge ad andare avanti, appunto a esplorare la vita, il mondo.
L’idea che la solitudine sia un problema è rafforzata, però, dalla pubblicistica, che in genere la presenta come una condizione negativa in assoluto. Tuttavia, osservando con attenzione il modo in cui essa viene trattata, emerge il dubbio che si dia il nome di solitudine a qualcosa d’altro e che il vero timore non riguardi tanto lo stare da soli, quanto piuttosto l’essere abbandonati o rifiutati, il non avere accesso agli altri e il non suscitare alcun interesse da parte di nessuno, né ora né mai.
Tutti sappiamo bene, per esperienza, che quando vogliamo concentrarci nello studio oppure nell’ascolto di un brano musicale, nella lettura o nella scrittura di un testo piuttosto che nella valutazione di un risultato che abbiamo ottenuto, noi o qualcun altro, o anche semplicemente quando sentiamo il bisogno di riposare, di dormire, dobbiamo per forza isolarci: è giocoforza stare da soli.
Nella vita di ognuno di noi, dunque, una certa dose di solitudine è inevitabile, necessaria e perfino benvenuta, auspicabile anzi molte volte. È quindi di fondamentale importanza imparare a governarla per non esserne invece governati ossia per non subirla.
Questa capacità di governo non è, però, innata, bensì è acquisita progressivamente.
La solitudine e la piacevole compagnia di noi stessi
Come nasce in noi il senso della solitudine? In fondo in modo abbastanza semplice e logico da comprendere. Si impara progressivamente nel tempo a stare da soli, una cosa che bisogna “sapere” e che non è necessariamente una situazione di trascuratezza o di abbandono.
La nostra vita inizia sempre in un ambiente che, quando appariamo nel mondo, si prende cura di noi in modo più o meno appropriato. Nella media, all’inizio esso è rappresentato solitamente da una figura che chiamiamo “mamma”, una figura materna, insomma. La sollecitudine di chi ci accudisce permette di sviluppare un senso di continuità rassicurante, essenziale per poter affrontare successivamente la solitudine perché, detto in soldoni, i nostri segnali non cadono nel vuoto.
L’ambiente, e specificamente quella sua espressione che chiamiamo “mamma”, è in grado come nessuno di occuparsi di noi, di “quello che quell’ambiente stesso ha fatto” senza troppo coinvolgimento sentimentale. Badate bene: non dico coinvolgimento emotivo, ma sentimentale. La “mamma” sufficientemente buona non è troppo condizionata dalle contingenze, dalle variazioni del proprio stato materiale o psichico, ma riesce a mantenere un fondo stabile di interesse e sollecitudine legato alla consuetudine e alla prossimità: c’è qualche dubbio sul fatto che nulla è più consueto e prossimo, per una donna, del suo neonato?
Questa stabilità di fondo è molto utile, anzi è necessaria per costituire e mantenere il sentimento di una continuità di vita, di esistenza che rassicura quest’ultimo appunto circa la possibilità di farcela anche per conto proprio. Non è un dato propriamente psicologico, poiché siamo ben prima che si costituisca un apparato “mentale”, ma un dato che ci prende fisicamente, che ci avvolge direi, facendoci provare un senso di continuità che rassicura.
Il motivo è semplice, banale: questa sollecitudine, la prima forma di quello che poi chiameremo “amore”, nasce come un “prendersi cura”, cura fisica, materiale, cura dei bisogni elementari di ciascuno di noi, quelli che, se negletti, ci porterebbero semplicemente alla morte.
Al suo sorgere, l’amore è consegnato a gesti semplici, materiali: essere nutriti, rifocillati, protetti, riscaldati, guardati, toccati, cullati per favorire il riposo necessario. Però, per quanto materiali, questi gesti sono eseguiti con un impegno affettivo che si trasmette nel modo in cui la cura viene prestata.
Questo amore, originario e gratuito, è l’antidoto che ci permetterà di affrontare senza troppa angoscia i problemi, sempre più complessi che, progressivamente, la vita ci propone. E su questo punto c’è ben poco da fare: la vita ci propone problemi sempre più complessi e la nostra capacità di affrontarli dipenderà dal modo in cui abbiamo affrontato e, se possibile e per quanto possibile, risolto i problemi precedenti.
Si chiama imparare a vivere ed è innanzitutto un compito genealogico, un dovere genitoriale.
Dopo aver dato la vita, occorre anche insegnare a usarla
Forse si tende a dimenticare troppo facilmente che mettere al mondo un nuovo nato, dei due sessi naturalmente, quali che siano le condizioni in cui questo evento si produce, comporta il fatto di contrarre un debito: dopo avere dato la vita occorre anche insegnare a usarla.
Si tratta di un debito genealogico di cui occorre farsi carico perché imparare a vivere comporta un presupposto inesorabile e difficile da assumere da soli: saper affrontare il dispiacere, a partire da quello suscitato dal progressivo svanire dell’illusione della propria unicità. Infatti, la prima delusione, inevitabile, è quella di renderci conto, ahimè molto presto, che non siamo l’ombelico del mondo, come comprensibilmente abbiamo creduto per qualche mese dopo essere approdati in esso e avere trovato un’accoglienza più o meno esultante.
Occorre imparare a fare i conti con la delusione legata alla triste constatazione che ciascuno di noi è solo uno dei tanti, uno fra i tanti e questo dispiacere non può essere digerito se non con l’ausilio di un ambiente che ci rassicuri con un messaggio costante, fatto più di esempi che di parole e che potrebbe suonare più o meno così: vai avanti, io, noi, siamo qui con te e per te, non ti abbandoniamo, puoi sempre riferirti a noi perché per noi vali, hai un senso.
La sollecitudine dell’ambiente è una questione di sopravvivenza
L’originaria sollecitudine dell’ambiente che si prende cura di noi adeguandosi, per quanto possibile, alle nostre necessità risponde dunque a una questione di sopravvivenza. La presenza di questo “ambiente”, la sollecitudine di cui esso è più o meno capace, non viene necessariamente meno se la risposta ai nostri segnali tarda a venire, se la “mamma” si fa attendere qualche minuto prima di rispondere, ma questo ritardo nella risposta, breve o lungo che sia, è l’origine di un primo momento di solitudine, di un primo “fai da te” verrebbe da dire.
Non è affatto male che questo accada, poiché in questo modo impariamo, poco alla volta, che dopotutto possiamo anche farcela da soli con situazioni gradatamente sempre più complesse, ma continuando a vivere, senza che la nostra esistenza sia in pericolo.
Questo “far da soli” ci accompagna continuamente anche se non sempre ce ne rendiamo pienamente conto: per esempio facciamo da soli e ci imbrattiamo di pappa quando vogliamo iniziare a usare il cucchiaio personalmente e non più essere imboccati, oppure quando vogliamo iniziare a camminare senza sostegno e cadiamo, più o meno rovinosamente, ma sempre in modo intollerabile per il nostro amor proprio.
E così via, sempre più da soli ,ma anche sempre in compagnia di quell’ambiente che accetta di farsi progressivamente un poco più da parte senza, però, abbandonarci al nostro destino, ma continuando a vegliare su di noi. Si potrebbe dire: siamo soli ma in compagnia.
Si tratta di un punto centrale del nostro sviluppo umano perché significa sia che la presenza degli altri non ci annienta e anche che non dobbiamo annientarli per poter, al contrario, starcene per conto nostro.
C’è solitudine e solitudine
L’ambiente, dunque, deve avere due funzioni: proteggere la vita e anche darle un senso, perché per vivere occorre che la nostra vita abbia un senso. Questo non può venire se non da coloro che ce la diedero con un atto creativo che ci ha evocato dal nulla.
Attacchiamo questo punto di partenza, neghiamone l’importanza assoluta anche in nome di una certa idea di libertà, e avremo delle conseguenze che forse sono state trascurate, ignorate.
Ci si può chiedere se quella che viene chiamata “solitudine” nel mondo giovanile non sia dunque qualcosa di diverso, in particolare un senso di abbandono che esprime la difficoltà di trovare il senso della propria vita.
Perché, ripeto, occorre che la nostra vita abbia un senso e questo non può venire dalle cose ma solo dai legami umani che riusciamo a stabilire e portare dentro di noi.
Il senso della vita sta nel saperla usare
Non sapere usare la vita che ci è stata consegnata implica effettivamente il sentimento di un vuoto pronto a ghermirci e annientarci. Come può darsi una circostanza di questo genere, che pare vada effettivamente ampliandosi, coinvolgendo gruppi sempre più numerosi di giovani? Forse, da un lato i social mettono solo in maggiore evidenza fenomeni che ci sono da sempre, ma che oggi si rendono più visibili: depressioni, dipendenze e deterioramento dei legami sociali. Forse un certo numero fra chi li frequenta non riesce a sentirsi padrone del proprio esistere e ritiene di poterlo ottenere attraverso la tecnologia.
Dall’altro lato forse essi vengono usati in un modo inadatto per i fini perseguiti poiché nessun “social” è in grado di riempire il vuoto ossia di dare un senso a nessuna esistenza. Analogamente a come non sono in grado di darlo le “cose”, ossia gli oggetti materiali, che il consumismo non solo mette a disposizione, ma spinge a ricercare, stimolando in modo evidente forme di competizione basate sull’apparenza.
Non è, quindi, errata la sollecitudine di coloro che suggeriscono di dedicare ai giovani attenzione, di ascoltarli, di rassicurarli circa il loro valore ossia circa il fatto che hanno un senso “di per sé”, prima, se non a prescindere, dei risultati che sono in grado di ottenere.Si coglie, più o meno confusamente, lo stato dell’arte, la situazione e, sullo sfondo, la sua origine.
Questa posizione ha tuttavia almeno due limiti evidenti. Il primo consiste nel fatto che questa sollecitudine si rivolge a qualcosa che non è più attuale, ma che è il ricordo di un passato, una storia che, si potrebbe dire, non passa mai.
Il secondo limite è che, mentre l’amore di cui dicevo è totalmente gratuito, né potrebbe essere diversamente, da un certo punto della vita in poi questo non è più possibile: l’amore dobbiamo conquistarcelo, guadagnarlo e proteggerlo per mantenerlo.
L’atteggiamento rassicurante può valere per un inizio, ma proseguire in questo modo andrà a rinforzare la convinzione che tutto sia dovuto, una sorta di risarcimento per una qualche forma di torto imperdonabile. Poiché tuttavia non esistono molti torti imperdonabili, il rischio è di fomentare la tendenza a permanere in uno stato infantile di continua rivendicazione dove ogni rifiuto della realtà di piegarsi alle nostre pretese diventa motivo di reazioni rabbiose che posso assumere sostanzialmente due forme: o rabbia con sé stessi, che noi chiamiamo depressione, o rabbia con gli altri che si manifesta nei vari comportamenti antisociali di cui le cronache ci informano. Questi ultimi fanno sempre vittime perché anche l’isolarsi crea una vittima in chi si isola.
Come si impara
Rassicurare un/una adolescente che qualcuno lo ama e lo capisce può andare bene fino a un certo punto. Salvo casi particolarmente gravi, non si tratta di costruire una sorta di capsula rassicurante che provvede a tutto come talvolta o forse anche spesso vediamo proporre, ma, al contrario, di incoraggiare, di spingere a mettersi alla prova, ad affrontare il dispiacere di incontrare ogni sorta di eventi, anche le delusioni, anzi in primis le delusioni che sono le sole in grado di farci maturare. E questo nonostante qualsiasi forma di passato conserviamo in noi.
Chiunque può accedere a un livello diverso di governo di sé stesso/a dove lo stare soli non è più essere soli nell’universo, perdersi nel nulla, ma diviene uno stare per conto proprio, con sé stessi, con qualcuno che esiste anche indipendentemente da una qualsiasi altra presenza fisica perché in grado di mantenere i legami interiormente, dentro di sé.
Si tratta di una facoltà che nasce in quei modesti ritardi della “mamma” di cui dicevo, una facoltà fondamentale, che useremo continuamente, mille e mille volte nella nostra vita.
In apertura: Frank Bramley, Deliziosa solitudine, 1909, olio su tela, cm 122×91