Cosa finanziano i soldi che si investono? L’etica negli investimenti è sempre più centrale nelle scelte economiche. Può aggiungere un criterio di selezione, ma non deve sostituire tutti gli altri
Quando si fa la spesa, si può scegliere un prodotto biologico, controllare da dove proviene ciò che si acquista o preferire un’azienda che rispetta maggiormente l’ambiente. Si può decidere di consumare meno plastica, acquistare un’automobile meno inquinante o evitare prodotti di aziende delle quali non si condividono i comportamenti. Ma quando si investono i risparmi, ci si pongono le stesse domande? Di solito l’attenzione è concentra soprattutto su tre aspetti: quanto si può guadagnare, quanto si rischia e per quanto tempo si dovrà lasciare investito il denaro. Sono domande fondamentali. Ma si può aggiungerne un’altra: che cosa stanno finanziando i soldi che si investono?
Quando si acquistano direttamente le azioni di una società, è abbastanza facile capire dove si sta mettendo il denaro. Ma la maggior parte dei risparmiatori investe attraverso fondi, ETF, fondi pensione o altri strumenti che possono contenere centinaia di aziende. Si può, quindi, scoprire di essere indirettamente azionisti di un produttore di armi, di un’azienda petrolifera, di un’impresa poco attenta alle condizioni dei propri lavoratori oppure di una società che opera nel settore del tabacco o del gioco d’azzardo.
Questo non significa necessariamente che tali investimenti siano sbagliati. Il punto è un altro: si potrebbe farlo, senza, però, saperlo. Ed è qui che entra in gioco il tema dell’etica negli investimenti.
Investire in modo sostenibile
Negli ultimi anni è diventata molto comune la sigla ESG. La E, da Environmental, riguarda l’ambiente: emissioni, utilizzo delle risorse, gestione dei rifiuti e cambiamento climatico. La S, da Social, considera gli aspetti sociali: condizioni dei lavoratori, sicurezza, rispetto dei diritti e rapporti con clienti e fornitori. La G, da Governance, riguarda invece il modo in cui l’azienda viene amministrata: trasparenza, correttezza dei vertici e tutela degli azionisti.
Anche la normativa europea ha cercato di aiutare gli investitori a orientarsi. Per questo, leggendo la documentazione di un fondo, si può incontrare le definizioni “Articolo 8” e “Articolo 9”, riferite alla normativa europea SFDR sulla finanza sostenibile. Semplificando, i prodotti classificati Articolo 8 promuovono caratteristiche ambientali e/o sociali, mentre quelli Articolo 9 hanno come obiettivo investimenti sostenibili.
Attenzione, però: non si tratta di bollini che certificano che un prodotto sia “etico”, migliore di un altro o necessariamente adatto al portafoglio di investimento. Sono classificazioni che aiutano a comprendere quale ruolo abbiano le caratteristiche ambientali e sociali o gli obiettivi di sostenibilità nella politica di investimento del prodotto. Proprio perché queste classificazioni si sono rivelate non sempre semplici da comprendere per il piccolo risparmiatore, l’Unione europea sta lavorando a una revisione delle regole per renderle più chiare e facilmente confrontabili.
Ma che cosa significa davvero “etico”? La risposta non è uguale per tutti. Analizzando il caso delle armi, per alcune persone investire in un’azienda che produce armamenti è incompatibile con i propri valori. Altre, soprattutto alla luce delle tensioni geopolitiche degli ultimi anni, possono considerare la difesa necessaria per garantire sicurezza e libertà. Oppure pensando all’energia: si devono escludere tutte le società petrolifere, oppure si possono considerare quelle che stanno investendo seriamente nella transizione energetica? Qualcuno può considerare prioritario il cambiamento climatico, qualcun altro il rispetto dei lavoratori; altri ancora possono voler evitare tabacco, gioco d’azzardo o armi.
Prima di cercare un investimento “etico”, quindi, ci si dovrebbe chiedere quali siano i valori importanti per ciascuno.
Attenzione alle etichette
C’è, però, un rischio. Parole come “green”, “sustainable”, “responsible” o semplicemente “ESG” sono diventate molto efficaci anche dal punto di vista commerciale. Si parla infatti di greenwashing quando un prodotto o un’attività vengono presentati come più sostenibili di quanto siano realmente. Un fondo che porta nel nome la parola “sostenibile” non necessariamente esclude tutte le aziende che si potrebbero considerare poco sostenibili. E due fondi entrambi definiti ESG possono avere al loro interno società molto diverse. Per questo non basta fermarsi al nome del prodotto. Occorre capire quali criteri vengono utilizzati, quali attività vengono eventualmente escluse e quanto siano rigorose le regole adottate dal gestore.
E il rendimento?
Scegliere un investimento attento alla sostenibilità non significa necessariamente rinunciare al rendimento. Ma sarebbe altrettanto sbagliato pensare che un investimento sostenibile sia automaticamente più redditizio o meno rischioso. Anche un fondo ESG può perdere denaro e anche un’azienda considerata sostenibile può rivelarsi un cattivo investimento. Le regole fondamentali, quindi, rimangono le stesse: diversificazione, costi, rischio, orizzonte temporale e coerenza con i nostri obiettivi. L’etica può aggiungere un criterio di scelta. Non deve sostituire tutti gli altri.
Nel proprio piccolo, il risparmiatore che cosa può fare? Forse questa è la domanda più importante. Molto spesso ci si lamenta, giustamente, di ciò che non funziona. Si vorrebbe che le imprese inquinassero meno, che ci fosse maggiore attenzione ai lavoratori, che lo Stato intervenisse di più, che il mondo economico fosse maggiormente attento alle conseguenze delle proprie decisioni. Ma si può anche provare a rovesciare la domanda: io che cosa sto facendo? E, soprattutto: che cosa stanno facendo i soldi investiti? Il singolo risparmiatore difficilmente potrà cambiare da solo il comportamento di una grande multinazionale. Ma le scelte di milioni di risparmiatori possono contribuire a indirizzare grandi quantità di denaro verso alcune attività piuttosto che altre. Anche investire, quindi, è un modo per esprimere delle preferenze.
Prima di scegliere un prodotto, ci si può allora domandare: in quali aziende vengono investiti i soldi? Ci sono attività che, per ragioni personali, non si vuole finanziare? Quanto sono importanti ambiente, aspetti sociali e comportamento delle imprese? Non sempre, però, per un risparmiatore è facile trovare da solo le risposte. Un fondo può investire in centinaia di società e la documentazione finanziaria non è sempre semplice da interpretare. Anche per questo vale la pena parlarne con il proprio consulente.
Se questi aspetti sono importanti, è giusto farlo presente quando si costruisce o rivede il portafoglio. Il compito della consulenza non dovrebbe essere soltanto individuare un livello di rischio o un rendimento atteso, ma anche comprendere quali obiettivi, esigenze e sensibilità personali si vuole rispettare nelle scelte di investimento. Non occorre diventare esperti di finanza sostenibile. Occorre diventare risparmiatori più consapevoli.
Perché con il denaro non costruiamo soltanto il futuro personale Nel momento in cui lo si investe, si contribuisce anche, nel piccolo, a costruire il mondo nel quale quel futuro lo si vivrà. Quando si sceglie un investimento, quindi, chiedere quanto può rendere rimane fondamentale. Ma vale la pena aggiungere altre due domande: che cosa stanno facendo i soldi mentre ‘lavorano’? Stanno contribuendo a costruire il mondo nel quale si vuole vivere?


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