Pensare al negativo: un modo alternativo di usare il nostro pensiero, un “rimuovere” irrinunciabile della mente

Pubblicato il 28 Dicembre 2021 in , , da Giorgio Landoni

Il pensiero negativo. Occorre precisare: non trattandosi di un argomento semplice alcuni chiarimenti sono necessari.

Pensare al negativo non è “pensare negativo”, il contrario di quel “pensare positivo” che, come una specie di mantra, potrebbe migliorare la nostra vita, ma che spesso, purtroppo, non ci riesce.

Neppure si tratta di pensare a quanto ci possa essere di non positivo nella realtà quotidiana, il negativo inteso come il brutto, lo spiacevole in tutte le sue sfumature, dal semplice fastidio al dolore più atroce.

Pensare al negativo è un modo alternativo di usare il nostro pensiero, non il modo abituale che conosciamo tutti quando, per esempio, diciamo : “stavo pensando che….” riferendoci a qualcosa che ci passa per la mente.

Anche il “negativo” è un modo comune di pensare, necessario, anche se in genere non vi poniamo molta attenzione. Anzi, possiamo dire che l’incapacità di usare questa forma di pensiero è un limite importante per una serie di attività psichiche.

Si tratta, dunque, di un modo di pensare che potremmo definire “alternativo” e che ci caratterizza tutti in quanto esseri umani, in quanto fa parte del funzionamento della nostra psiche (o mente). Di esso, di alcune sue forme o meglio della loro assenza, vorrei fornire qualche esempio.

Un granello di follia

Pensare al negativo si riferisce al fatto di riuscire a pensare qualcosa o a qualcosa che, contrariamente alle apparenze, esiste anche quando noi non lo percepiamo più con i nostri sensi, sia che esso si trovi nel mondo esterno sia nel nostro mondo interiore, nella nostra coscienza.

Trascuriamo per il momento un problema ulteriore a cui si potrebbe arrivare: questo qualcosa che non c’è più, c’era un tempo oppure non è mai esistito? Anche se non si tratta di una differenza da poco poiché per intenderci è quella che esiste fra qualcosa  che si estingue e qualcosa che non è mai nato, per il momento possiamo trascurare questo interrogativo.

Semplificando, potremmo dire che, pensando al negativo, facciamo esistere qualcosa che non c’è, che è assente. Detto in altri termini: creiamo dei simboli, un’attività che riguarda solo gli esseri umani. Gli animali infatti sanno creare dei segni e li sanno riconoscere, ma solo gli umani sanno creare cose con un valore simbolico. Prendiamo una parola semplice: madre. Non è un segno perché rinvia a un ordine complesso che prevede una serie di rimandi: figli, genitori, genealogia, ascendenza e discendenza, nomi e patronimici e così via.

Se ora volessimo fare un altro esempio semplice riguardante il pensare al negativo, consideriamo una cosa di dominio comune: tutti noi dimentichiamo.

Dimenticare, cancellare quanto vi è in noi sotto forma di impressioni, di ricordi, è un’attività necessaria perché la nostra mente continui a funzionare. Se non riuscissimo a dimenticare, a togliere di mezzo qualcosa continuamente, in brevissimo tempo nella nostra mente non vi sarebbe più spazio, essa cesserebbe di funzionare.

Tuttavia, quello che è stato cancellato non cessa di esistere, ma continua a esserci da qualche parte in noi. Lo prova il fatto che a volte, all’improvviso, qualcosa che mancava ritorna presente: cancellare, rimuovere, dice oggi qualcuno più alla moda forse, ma meno preciso, è una forma di pensiero negativo come lo intendo qui, adesso.

Evocando, come ho fatto qualche riga sopra, la nozione di assenza, di mancanza, portiamo l’attenzione su un modo di esistere diverso del nostro pensiero, capace di creare cose che ci sono senza apparire, una capacità che si manifesta in determinate circostanze. Lo facciamo quando creiamo dei simboli dicevo. Capita  a tutti, almeno spero, che una volta almeno nella vita si dica a qualcuno:“tu sei la mia vita”. Immagino un moto di sconcerto nel leggere questa frase (ma già all’inizio abbiamo scritto che l’argomento è impegnativo): ma come? Un’espressione di amore così totale ha a che fare con il negativo, qualunque sia il senso che diamo a questo termine? Eppure: dicendo che tu sei la mia vita non sto forse creandoti come simbolo del mio essere in vita e, di conseguenza, non sto in fondo rinunciando a qualcosa di profondamente mio, la mia vita, per attribuirlo a te? Per riuscire a compiere un’operazione di questo genere devo essere capace di “negarmi” emotivamente almeno in una certa misura, di rinunciare alla mia integrità vera o presunta, in un sacrificio necessario non solo a ottenere un amore, ma anche a sentirmi in grado di verificare, di controllare la realtà differendo certe soddisfazioni in vista di scopi più alti.

Da questo punto di vista, un problema potrebbe essere non tanto il fatto di pensare al negativo quanto quello di non riuscire a farlo, quello di mancare di una ipotetica capacità “negativa” che è in realtà una qualità positiva: il fatto di possederla e di saperla usare ci rende capaci di certe prestazioni mentali molto importanti dal punto di vista individuale e sociale.

Poesia e pensiero

Di questa “capacità negativa” parlò per primo in modo chiaro un poeta, John Keats, che la definì come l’abilità dei poeti di annullare la propria identità quando osservano qualcosa che sia per loro fonte d’ispirazione, come la capacità di abbandonare se stessi per mettersi completamente al posto di quella tal cosa che li ispira.

Parlando di oggetti che ispirano la poesia è chiaro che ci riferiamo sia a oggetti concreti come un panorama o una persona sia a oggetti astratti come la bellezza in sé o anche un ricordo. Per intenderci: la mamma con un neonato è sempre più o meno in questa posizione e, a volte, non ce la fa proprio più. Non credo di allontanarmi molto dalla realtà facendo quest’altro esempio un poco banale: appena mi addormento, il bambino si mette a urlare. Mi sveglio rinunciando a riposarmi o lo getto dalla finestra e torno ai fatti miei? Questo dilemma un poco radicale esprime il senso di ciò di cui sto parlando. Il risultato, la scelta effettuata, dipenderà da quanta capacità possiedo di “sacrificio” e in genere, per nostra fortuna, i bambini non escono dalla finestra. Comunque, per quanto grande possa essere questa capacità negativa, essa non sarà mai sufficiente rispetto alle pretese dell’essere umano. Se ne renderà conto, crescendo, quel tal neonato al quale, a un certo punto del suo sviluppo mentale, capiterà di pensare: “questa non è la mamma, quella creatura speciale, unica, che esiste solo per me rinunciando completamente a se stessa. Questa è solo mia madre che a volte, anzi troppo spesso, si fa i fatti suoi”. E ne trarrà una valutazione precisa della realtà che, alla lunga, gli permetterà prendere distanza, andandosene per conto proprio.

Questo nei casi mediamente favorevoli, quando la capacità negativa del pensiero avrà giovato ad ambedue: a una madre capace di fare la “mamma” affinché un neonato, maschio o femmina che sia beninteso, diventi una normale persona adulta.

Se volessimo generalizzare le cose potremmo dire che quando sentiamo l’esortazione di “remare tutti nella stessa direzione”, stiamo in fondo evocando proprio il problema posto dalla capacità negativa: quello di riuscire a rinunciare alla tendenza, naturale in ognuno, di remare per conto proprio, di farsi solo i fatti propri.

Ci si riesce magari, ma fino a un certo punto perché in fondo, come dicevo prima, accettare di remare insieme agli altri, ossia di fare del remare il senso più profondo della propria esistenza al punto di accettarne il primato, è come accettare di subire un attacco alla propria integrità soggettiva in funzione di un obiettivo più importante in quanto collettivo, sociale.

Per tornare al nostro inizio, il remare non esiste come oggetto reale, ma può essere fatto esistere come oggetto ideale al quale sacrificare la propria integrità soggettiva. Di questi oggetti ideali la nostra vita è piena e ognuno ha i suoi e se li costruisce pensando al negativo nel senso che ho cercato di indicare.

Capire una parte della realtà umana

Per comprendere meglio ciò di cui parlo, a me pare molto utile la lettura dei poeti, quelli veri intendo, l’arte dei quali non soffre carenze di riconoscimento o incertezze sulla qualità. Ricordavo poco fa Keats che per primo citò il negativo come una qualità singolare del nostro modo di pensare, ma anche Hölderlin o Goethe o Baudelaire. E aggiungerei anche Antonio Machado, del quale molti conosceranno i versi di “Caminante” dove il modo di pensare al quale faccio riferimento genera un effetto straniante che ci può prendere quando ci capita di rendercene conto. Non si tratta assolutamente di esprimere un giudizio sui poeti come singole persone, né sulla qualità della loro poesia. Se pensiamo per esempio a Baudelaire, vediamo che egli manifestava tendenze che lo portavano ben lontano dagli ideali formali ai quali mirava con tutte le sue forze. Di lui può interessare invece molto di più la sua aria di precorritore, la sua capacità di sentire quanto vi sia di fatuo nella dottrina della bontà naturale dell’uomo che lo vorrebbe naturalmente disinteressato e pronto a rinunciare a se stesso per gli altri, come una mamma ideale. Baudelaire era molto scettico, troppo forse, rispetto all’idea di una nostra perfettibilità assoluta, di un progresso privo di ostacoli e quindi in grado di eliminare una volta per tutte l’egoismo che in fondo tutti più o meno avvertiamo in noi qua e là. Scettico e crudele direte: è vero, ma anche forse vicino a una parte di realtà che spesso preferiamo non vedere forse perché ci metterebbe troppo in difficoltà.

Quando non si capisce

Tutti ci stupiamo osservando la veemenza con la quale vengono difese, a volte, opzioni, scelte e posizioni che appaiono indifendibili alla ragione comune. Eppure, posto che esse esistono, il fatto di qualificarle, o meglio squalificarle, in vario modo, irridendo ai loro portatori o aggredendoli in varia maniera non porta grandi risultati, anzi in genere tende a esacerbare i conflitti. Si pensi a un caso molto attuale: quello dei cosiddetti no-vax oppure anche di coloro che li avversano. La qualifica, o squalifica che dir si voglia, delle reciproche argomentazioni, certamente a volte più pittoresche che sensate, è forse necessaria per rafforzare l’impressione di avere colto il problema. Alla fine, però, si giunge sempre a una conclusione un poco malinconica: una certa percentuale di persone non ne vuole sapere o non vuole saperne. Di cosa? direte e diciamo un poco tutti. Semplicemente di non sapere.

Una certa percentuale di persone non vuol sapere di non sapere, di non essere a conoscenza, di ignorare e questo è fatto ci riguarda tutti, è presente in qualche misura in tutti noi, dentro di noi nel nostro intimo, solo che, in alcuni casi, esso si manifesta in modo clamoroso e quindi impossibile da ignorare.

Se le cose non stessero in questo modo, certamente l’informazione, quella di cui si lamenta l’insufficienza, potrebbe funzionare sempre, mentre vediamo bene che non è affatto così. Più che l’informazione, asettica, fredda, scientifica come piace dire a volte, vediamo che, invece, in questi casi funziona molto meglio la propaganda: calda, suadente, invitante oppure minacciosa, corrucciata, imperiosa anche a volte, ma comunque sempre capace di toccare corde che la ragione normale non riesce raggiungere. Corde come quelle che sa toccare la poesia appunto.

“Ma dai da bravo/a: fallo per noi, sii gentile!”.

Oppure, se non funziona:” Attento/a sai! Guarda che finisce male!”, allusione alle maniere “forti”.

In genere, come ho già avuto modo di ricordare, le maniere forti, le maniere estreme, per quanto sofisticate possano essere, si riducono alla fine a tecniche poliziesche, un poco come lo sculaccione che un tempo si dava ai bambini troppo capricciosi, un modo per segnalare sia l’esistenza di un limite da non varcare, sia per provarne l’esistenza concreta e non teorica: concreta come il bruciore sul sederino.

Oggi si vorrebbe evitare di usarle, si preferirebbe la parola, si conta molto sul suo potere informativo e quindi persuasivo. Purtroppo però la parola non può tutto, non impedisce, per esempio, il crimine né può incrinare la certezza incrollabile di una fede, quale che essa sia. L’impressione, alla fine, è che se prendiamo troppo sul serio la luce splendente della chiarezza razionale, o consapevolezza se si preferisce, vi sia una certa difficoltà a riconoscere che il funzionamento psichico dell’essere umano è molto ambiguo e che esso si fa percepire in modo obliquo, per cenni e allusioni. Nei suoi recessi più nascosti la luce della consapevolezza non può entrare anche se l’aspirazione a illuminare tutta la nostra psiche in modo abbagliante è ben presente nella modernità.

Il pensiero al negativo

Se riusciamo ad ascoltare senza particolari pregiudizi, per un solo momento, non solo coloro che non vogliono vaccinarsi, esempio molto attuale, ma in genere i portatori di tesi distanti da quelle sostenute dalla ragione comune come ne esistono in quantità, non dovrebbe essere difficile riconoscere che i vari argomenti portati a sostegno di queste tesi potrebbero facilmente appartenere a ciascuno di noi ove se ne dessero le condizioni.

Ognuno di noi ha le sue “fissazioni” che, a uno sguardo un poco esterno, possono apparire molto singolari, estranee al sentire comune, ma alle quali siamo attaccati in modo intenso. Per esempio, appare veramente degno del Baudelaire che ho ricordato il fatto che sia i favorevoli al vaccino sia quelli che a esso si dicono contrari, sembrano in qualche modo appellarsi all’amore come motore delle loro posizioni rispettive. L’amore espressione di quanto vi può essere di più alto, nobile e gentile nell’essere umano perché capace di consacrare l’oggetto al quale è rivolto: vaccinarsi per amore del prossimo o non vaccinarsi per amore della libertà. 

Cosa manca qui?

Manca la capacità negativa, quella che permette di mettersi in secondo piano, di pensare oltre se stessi, di immedesimarsi in qualcosa d’altro, estraneo, ma che ci appartiene. È come se lo spazio interiore fosse completamente occupato dalla propria presenza, senza nessuna possibilità di albergare nulla che non sia una conferma di quello in cui già ci si  riconosce.  Anche se in alcuni questa caratteristica è più pronunciata, essa è un dato generale che per manifestarsi attende solo che si diano le condizioni propizie, le quali variano per ognuno di noi a seconda della storia che ci portiamo dentro e che, in fondo, è fatta di ricordi reali o di costruzioni a posteriori.

 Un’ipotesi

Per uno psicoanalista, quella che chiamiamo la psiche o la mente umana è costituita da forze suscettibili di evolvere, ma che mantengono comunque sempre una parte più o meno grande che rimane assolutamente primitiva, quasi fosse contraria a ogni sforzo evolutivo. Essa si oppone in modo più o meno risoluto a ogni tentativo di sviluppo, di crescita, di apprendimento o di addomesticamento sia da parte dell’ambiente circostante così come da parte di qualsivoglia influsso culturale.

Ecco perché a volte l’informazione fallisce: non per carenza, ma per inadeguatezza del metodo. Qualcuno si chiederà su cosa si si fondi l’idea di una psiche caratterizzata da forze anche perché è vero che alcuni propendono invece per una psiche meno “meccanica”, che sia frutto di relazioni e di scambi interpersonali fra soggetti diversi che usano la parola per comunicare.

In realtà una cosa non esclude l’altra : sia che si tratti di forze endogene o di relazioni fra soggetti diversi, il funzionamento della nostra psiche presenta sempre un carattere molto mobile, dinamico al punto da poter raggiungere a volte aspetti caotici, contraddittori, di fronte ai quali ragione e volontà si manifestano impotenti.

Il movimento, il dinamismo, è la proprietà più specifica della psiche umana. Da qui la logica conseguenza di pensare che vi sia una forza che lo provochi.

Un movimento che può assumere anche aspetti confusi, caotici dove si esprime da un lato la presenza di forze costruttive, capaci di creare legami sempre più complessi fra ciò che noi percepiamo con i sensi e ciò che creiamo in modo autonomo in seguito a queste percezioni: la cultura insomma in tutte le sue forme, la quale ci permette di oltrepassare, almeno in parte, quello che i nostri sensi sembrano dirci, di andare cioè oltre i fatti materiali.

Da un altro lato invece, come accennato, all’opposto, sembra che a queste si oppongano altre forze le quali tendono non solo a impedire i collegamenti ma anche a disfare quelli già costituiti, a ritornare all’indietro, a recuperare una  qualche situazione primitiva, quasi seguendo l’illusione di poter vivere in un mondo immobile, completo sin dall’origine e quindi in grado di bastare a se stesso. Si tratta di quella stessa illusione che tutti proviamo quando, piccoli e incapaci di fare da soli, possiamo contare sulla presenza dell’adulto che ci soccorre ancora prima che possiamo provare un disagio eccessivo, una sensazione di pericolo.

L’evidenza della osservazione quotidiana ci mostra bene che il “peccato originale” dell’uomo non è una favola e che l’essere umano è sempre nel fondo, più o meno, in uno stato di selvatichezza, una specie di “selvaggio”, ammesso che questo termine si possa ancora usare senza mancare di riguardo ad alcuno. Dunque, una parte delle forze dello psichismo lavora contro la propria evoluzione stessa, vorrebbe restare attaccata a una visione primordiale della realtà, una visione fantastica come le favole dei bambini o come le leggende, le favole dei grandi si potrebbe dire, le quali presuppongono l’esistenza di legami, di collegamenti, di valutazioni, di visioni assolutamente particolari e molto diverse da quelle che, come adulti “ragionevoli”, siamo abituati a utilizzare.

In questa prospettiva, che la terra sia piatta è un’ovvietà, come ritenere che sia possibile convincere il leone a essere “buono” ossia vegetariano, o ancora a cercare sui rami degli alberi i contenitori di plastica che, ma è ovvio naturalmente, proprio lì crescono.

È però necessaria una parola conclusiva, a scanso di equivoci: pensare al negativo è una necessità funzionale,  ma poi occorre che noi usiamo anche il pensiero ragionevole, quello logico-razionale, in una parola insomma quello positivo che ci suggerisce in definitiva una certa saggia ragionevolezza nella vita di ogni giorno.

 

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