Gestire le proprie passioni, come fremiti di sana follia

Pubblicato il 13 Maggio 2021 in , , da Giorgio Landoni

Conoscete la Sinfonia N° 6 (Opera 74) in Si minore di Tchaikovsky? Oppure la Sonata o meglio la Grande sonata N°8 (Opera 13) in Do minore di Beethoven? Hanno in comune il nome:“L’appassionata”.

Vorrei parlare di passioni: non tanto della forma che esse possono prendere nell’essere umano poiché é stata abbastanza trattata in quest’anno di scritti, quanto del posto che la passione occupa in noi. Nessuna meraviglia in fondo: lo psicoanalista o meglio la psicoanalisi, si occupa delle passioni.

Si può dire che Freud, il suo inventore (o scopritore o fondatore? non saprei dire) abbia avuto principalmente l’intenzione di trattarle mettendo un termine alla cautela, intrisa di sospetto se non proprio di condanna morale, con la quale la società le aveva sempre considerate. Dall’inizio della sua attività fino al 1921 circa egli cercò il senso dei fenomeni psichici là dove il pensiero tradizionale vedeva solo un non senso, una malattia. Successivamente, dal 1921 alla sua morte nel 1939, cercò di capire perché là dove avrebbe dovuto esserci del senso, in quel continente oscuro da lui scoperto e inaugurato con il nome di inconscio, il senso invece mancava.

Come molti di noi, questo il vero problema, egli pensava a una razionalità nuova, qualcosa che potesse imporsi a ciò che vi é di irrazionale, di corporeo cioè di animalesco nell’uomo: la passione. Egli pensava di poterla addomesticare con un logos appena più evoluto di quello greco, del razionalismo filosofico dell’ottocento che trattava appunto la passione come insensatezza.

Fatica vana perché di questa insensatezza facciamo tutti l’esperienza nel corso della vita anche se, con il passare del tempo, con l’avanzare dell’età, essa può attenuarsi o mutare aspetto. Non si spegnerà mai del tutto però perché in fondo un grano di insensatezza dà un senso alla vita di ognuno.

Qualcuno, meravigliandosi, chiederà: ma la psicoanalisi non si occupa di follia, di pazzia, insomma di “matti”? Chiederei allora a mia volta: ma la passione non rappresenta la follia dell’uomo? Pazzo/a oppure folle d’amore, di rabbia, di gelosia o di odio o altro ancora, non sono forse espressioni che tutti conosciamo e cha abbiamo anche usato una volta nella vita?

Gli esseri umani hanno sempre saputo di essere folli, ma in genere dirsi folli é un’affermazione che non conobbe mai grande fortuna, anche se la follia ha conosciuto stagioni di alterna fortuna. Erasmo ne scrisse perfino un elogio, ma riferendosi a un modo ben preciso di essere folli.

Nel linguaggio comune si é in genere preferito dirsi “nervosi” oppure “delicati o malati di nervi” (oggi “depressi”), poiché le malattie dei nervi coprivano un ambito di disturbi molto esteso che poteva variaredagli effetti del “male del secolo”, la lue, alla follia di Don Chisciotte che si credeva un hidalgo dei secoli che furono.

Lo scopo di questo atteggiamento, in fondo piuttosto discreto, era quello di tracciare con sicurezza un confine ben preciso fra la normalità e quello che normale non era in modo da ridurre una preoccupazione tuttora ben presente in noi.

La passione

D’accordo: la passione é la nostra follia, ma in fondo di cosa si tratta con precisione?

Il termine passione appare nella lingua greca come un significato speciale del concetto più esteso di pathos da cui derivano parole come patire, patema, paziente e anche pazienza. Nel linguaggio corrente questa parola designava quello che ci può accadere all’improvviso, quello che ci può assalire bruscamente e in particolare la sofferenza e il dolore. Ad esempio la collera fu a lungo considerata uno sforzo di controllare il dolore mentre la cupidigia fu vista come un amore per qualcosa, il denaro, considerato come bello in sé. Questa visione vale in gran parte tuttora.

Quando iniziò la grande stagione della filosofia e del teatro in Grecia, il senso del termine passione evolse indicando dapprima lo stato di chi subisce un’influenza esterna, poi uno stato o una qualità in senso più generico e infine il “patire”, uno stato dell’anima quale appunto é ancora la nostra passione.

I primi elementi di una riflessione intorno alla passione che non la consideri come manifestazione di una divinità, appaiono con i filosofi presocratici e il loro giudizio è estremamente negativo: “Che ci si guardi dal risvegliare le passioni!” essi proclamano enfaticamente.

La tradizione attribuisce poi a Democrito questa asserzione un poco solenne: “L’arte medica guarisce le malattie del corpo, la saggezza libera l’anima dalle passioni”. Fosse vero! Anzi forse sarebbe anche vero se la saggezza fosse alla portata di ognuno di noi costantemente, su chiamata. “Pronto? Mi porta due chili di saggezza? Sa dovrei neutralizzare una passioncella altrimenti potrei strozzare il mio vicino di casa”.

La filosofia in fondo ha fallito nella sua ricerca della saggezza e della verità perché non ha saputo riconoscere le radici prime di questa follia che le passioni rappresentano. Insomma, ci sono pochi dubbi: la passione ha un legame strettissimo con la follia.

La follia

Parlare di follìa ha sempre evocato il vocabolario della possessione da parte di potenze oscure. Questo equivale a porre i sintomi, e coloro che li manifestano, nell’ambito del sacro, divino o diabolico che sia, e impedisce di gettare uno sguardo lucido, da zoologo o da botanico, su fenomeni che chiamavano e talvolta ancora chiamano in gioco invece l’esorcista. Tutti ricordano il film così intitolato.

Prima del Settecento, dell’Illuminismo, la follìa si rivestì sempre di un’aria sacrale che ne faceva un mistero, nel pieno senso religioso del termine cioè non solo per il fatto che attraverso di lei traspariva qualcosa dell’ordine del divino o del demoniaco, ma anche perché la sua natura più intima restava profondamente celata.

Follìa e passione direttamente legate in modo stretto dunque e questo legame, che suscita fascino, ma ispira anche rispetto e timore, é attestato innumerevoli volte in letteratura.

L’amore per Dulcinea non é forse In Don Chisciotte pura follìa? E Otello, femminicida ante litteram, non é forse folle di gelosia? E non é follìa quella di Amleto, che non può amare alcuna donna perché folle d’amore per la madre che un altro gli sottrae?

La passione d’amore, l’amore folle, é l’esempio tipico del fatto che noi patiamo la passione e in questo senso la passione del Cristo é forse l’esempio più evidente di come l’amore, per l’umanità in questo caso, sia legato alla sofferenza, al patire del corpo e dell’anima e al terrore che vi si lega.

 

Non accade solo nel caso delle passioni d’amore, positive o negative, come la gelosia, che esse siano. Anche la passione per se stessi, l’ambizione sfrenata, impossibile da soddisfare di Giulio Cesare o di Macbeth e l’invidia di Jago come ce li consegna Shakespeare, oppure l’odio di Medea nella tragedia antica o moderna, comportano effetti  alienanti di grande patimento. Oppure come accade ancora nel caso di re Lear, folle certamente, ma di una passione diversa, perché interessata più alla morte che a qualsiasi forma di amore.

Passioni mortifere ne troviamo tutti i giorni nelle cronache del nostro tempo, ma esistevano certamente anche in quelle dei tempi passati.

Pensare che nell’essere umano possano esistere  potenze oscure riannoda in noi il filo antico della tragedia greca la quale ispirava orrore e pietà. Un grecista molto noto, Jean Pierre Vernant, scrive che a una primissima rappresentazione teatrale tragica, il pubblico fuggì spaventato di fronte a una scena fortemente cruenta[1]. Il trionfo della ragione illuministica eclissò la follìa in quanto possessione demoniaca dandole, invece, il riconoscimento di una malattia di cui occorreva prendersi cura.

Questo atteggiamento trasse con sé anche l’eclissi della passione. La sua presenza si ridusse al teatro,  con dei limiti precisi, o alla letteratura (passioni erotiche di Anna Karenina, di Madame Bovary, di Werther, ma anche  truci passioni oscure di E.A. Poe o quelle disperate dei poeti romantici)  ma venne combattuta per escluderla da tutto il pensiero razionale, per esempio dalla filosofia razionalistica dell’ottocento e fino a Nietzsche.

Folli, ma non troppo, per favore

Con Freud e con la sua psicoanalisi delle passioni si cerca di parlare in modo diverso, staccandosi da questa tradizione e tentando di dare loro la parola in modo diretto, lasciando parlare chi ne soffre, chi le patisce attraverso dei sintomi di follìa. In questo modo, offrendo loro la possibilità di esprimersi, si ritenne che esse potessero addomesticarsi, assumere un senso e prendere un’altra via che non fosse quella della malattia dell’anima. E un poco questo, a volte, avvenne e avviene tuttora. Ma la parola non é onnipotente e i suoi limiti sono sotto gli occhi di tutti, impossibili da valicare.

In ogni momento una discussione, scambio di parole, può trascendere e imboccare il cammino degli atti passionali, impulsivi.

Quando la passione si impone, noi tutti siamo in una posizione passiva rispetto all’oggetto in cui la passione si incarna, si manifesta. Diventare passivi significa patire, essere pazienti nel doppio senso dell’attesa e della sottomissione. Un doppio senso che rinvia anche al patimento e alla sofferenza come già detto: quando le passioni ci prendono non siamo più padroni di noi stessi e anche nel caso di passioni positive, amorose, noi soffriamo. Le passioni sono il nostro patibolo.

Sono il nostro lato folle ma ci tengono anche vivi, impossibili da eliminare a meno di spegnere la vita. Ci pongono il problema universale di tenerle vive restando vivi, di vivere di esse senza esserne sopraffatti.

Quando un atto, un comportamento ci appaiono privi di senso, inspiegabili poiché escono dai canoni del pensiero tradizionale, spesso definito come razionale come se noi fossimo veramente esseri razionali, il primo impulso é di tentare di ricondurli al senso comune: cerchiamo di spiegarli e ricorriamo di solito agli esperti. Esistono esperti di passioni? Lascio a ognuno la propria risposta. Certamente non lo sono gli psicoanalisti, anche se di questo in fondo dovrebbero occuparsi.

Al massimo, però, lo psicoanalista può cercare di prendere le cose sul serio, di evitare la condanna morale che da sempre cade sulla passione come espressione del predominio del corpo sulla mente, della parte animalesca dell’uomo su quella empirea, volta alla trascendenza, sullo spirito, sull’anima, sul soffio vitale, per occuparsi del mondo interiore di ognuno. Quel mondo che, come un’altra scena, una scena privata, fa sentire i suoi effetti non solo sul singolo ma anche su tutti coloro che con esso hanno a che fare.

Qui sorge il problema

Quando atti o comportamenti in apparenza senza senso, esprimono la presenza di una forza cieca, senza possibilità di controllo, che rischia di compromettere una vita, la risposta sociale consiste nella richiesta di un intervento che divida la normalità da quello che normale non é. In questo modo si cerca in fondo di determinare la responsabilità legale di una persona e spesso si scopre come al fondo la causa di tutto sia la passione senza controllo.

Passione amorosa o passione distruttiva, Eros e Thanatos: per la psicoanalisi esse hanno un ruolo fondamentale nella strutturazione della psiche umana ed il loro gioco continuo é essenziale per il mantenimento dell’equilibrio personale.

Abbiamo tutti un grano di follia ma non ce lo diciamo volentieri, siamo in genere guardinghi e piuttosto ambivalenti. Un grano può passare, anzi fa chic. Una passione piacevole, una breve follia come l’amore, può anche tentarci. Ma se poi, come tutti i grani e granelli, anche quel grano germoglia e ci invade fino a farci uscire da noi stessi, ad alienarci?

 

 

 

 

 

 

[1] Debbo a Patrizia Crippa, grecista, filosofa e psicanalista, questa informazione.