Gli approfondimenti dell’Ispi: Terrorismo, quale rischio per l’Italia?

Pubblicato il 9 aprile 2018 in , da redazione grey-panthers

Gli arresti degli ultimi giorni a Foggia e Torino hanno riportato l’attenzione sulla minaccia del terrorismo jihadista in Italia. Nonostante il crollo dello Stato Islamico in Siria e in Iraq, l’ideologia del Califfato rimane viva nei suoi seguaci: anche in quelli presenti in Europa e, come dimostrano gli eventi delle ultime ore, in Italia. Lo stesso Ministro degli interni Marco Minniti ha dichiarato che “la jihad in Italia non è mai stata così pericolosa”. Le forze dell’ordine hanno arrestato un imam che aveva istituito una madrasa estremista all’interno di una moschea nella città pugliese, e un ventitreenne a Torino, già autore del primo documento pro-Stato Islamico in italiano pubblicato online. Come viene disseminata ed insegnata l’ideologia jihadista? Chi effettua l’indottrinamento dei bambini? E cosa dice lo Stato Islamico dell’Italia e del Vaticano?

Madrasse jihadiste in Italia: i precedenti

L’operazione antiterrorismo messa in atto a Foggia segna un momento importante nel contrasto all’estremismo jihadista in Italia. Il blitz giunge al culmine di un’inchiesta avviata dalla Digos di Bari, che da tempo stava monitorando un piccolo luogo di culto (abusivo) denominato “Al Dawa”, presso la stazione di Foggia – regolarmente frequentato da due militanti jihadisti in seguito arrestati, tra cui un ex foreign fighter ceceno. Ad ogni modo, le attività di militanza non riguardavano solo un circolo di adulti. Come emerso dalle indagini, infatti, Abdel Rahman Mohy – figura chiave di Al Dawa – si era servito del materiale propagandistico dello Stato Islamico per tenere lezioni a piccoli gruppi di bambini, nel tentativo di iniziarli al credo jihadista: ad esempio, insegnava che era legittimo odiare i “miscredenti”, e aveva spinto alcuni di loro a prestare il giuramento di fedeltà (bay‘a) ad Abu Bakr al-Baghdadi. Questo caso – in cui una figura di spicco del centro culturale foggiano ha tentato di radicalizzare soggetti di minore età tramite seminari di studio – riporta l’attenzione sulla tematica dell’indottrinamento di bambini e adolescenti, nonché sui luoghi (fisici o virtuali) in cui avviene tale processo. Ci si chiede come l’episodio si collochi nel panorama jihadista italiano e, soprattutto, se in passato vi siano stati dei precedenti. Negli ultimi anni, in linea con le tendenze osservate in numerosi altri Paesi europei, l’Italia ha assistito all’ascesa di una scena jihadista autoctona, spesso caratterizzata da una diffusa presenza sul web – ad esempio tramite blog o profili su piattaforme social, impiegati per creare una rete di contatti ideologicamente affini, diffondere e fruire di propaganda estremista. Inoltre, questa scena autoctona ha complessivamente mostrato scarsi legami con le moschee e le associazioni culturali presenti sul territorio, che in molti casi rappresentano un ambiente ostile per i militanti[1]. Infatti, talvolta – anche quando i simpatizzanti jihadisti frequentano luoghi di culto – la dirigenza della struttura non è al corrente delle loro vedute estremiste.  Analogamente, in varie occasioni, alcuni soggetti radicali entrano in contatto con altri estremisti in moschea, ma le eventuali attività di indottrinamento e/o pianificazione di atti violenti avvengono altrove, in contesti più ristretti.

Tuttavia, in questo quadro generale si rilevano alcune eccezioni importanti – ossia casi in cui figure di spicco orbitanti attorno o addirittura occupanti posizioni dirigenziali in seno a determinati luoghi di culto sono risultate coinvolte in attività di proselitismo e reclutamento jihadista. Attività che, in alcuni casi, possono riguardare individui giovanissimi. In Italia, i casi noti di “scuole del jihad” miranti all’indottrinamento di bambini e ragazzi sono pochi. A questo riguardo, occorre però segnalare un paio di episodi. Il primo (e forse più significativo) si è verificato a Ponte Felcino, frazione di Perugia, quando nel luglio del 2007 è stata smantellata una cellula terroristica gravitante attorno alla moschea locale, “Al Nour”. Il gruppo aveva infatti approntato una sorta di “scuola di terrorismo”, per formare militanti jihadisti, in grado di operare singolarmente o in seno a una cellula. La figura chiave di questo sodalizio era il marocchino Mostafa El Korchi[2], imam di Al Nour, un personaggio carismatico, in grado di guadagnare la fiducia della comunità islamica locale e di porsi come suo punto di riferimento. Di fatto, El Korchi – grazie alle sue capacità e alla propria posizione – era il “catalizzatore” del microcosmo jihadista di Ponte Felcino, capace di suggestionare gli individui più fragili dal punto di vista psicologico e/o con gravi deficit sul piano culturale, nonché di comprendere chi fosse più ricettivo al messaggio estremista. Come le varie intercettazioni ambientali all’intero della moschea hanno mostrato, El Korchi riservava le parole e attività più estremiste a una ristretta cerchia di accoliti. Alle attività di addestramento vero e proprio – tra cui la pratica di arti marziali – si affiancavano il proselitismo e la diffusione di messaggi di odio. A tal fine, El Korchi visionava, scaricava da Internet e mostrava ai suoi fedelissimi materiale jihadista di vario tipo: contenuti propagandistici, ma anche istruzioni per l’esecuzione di attentati e il combattimento, per la preparazione di esplosivi e veleni, nonché per non essere intercettato. Lo scopo ultimo della cellula era quello di radicalizzare l’intera comunità locale, unificando tutti i luoghi di culto della zona, e anche opponendosi alle altre figure del panorama religioso perugino, ritenute troppo accomodanti. Inoltre, l’imam spingeva i fedeli a recarsi in Iraq per combattere il jihad contro i “miscredenti” – e, difatti, vari foreign fighters recatisi in Afghanistan o Iraq avevano gravitato attorno a questa moschea prima della partenza. Tra questi vi è Mounir Ben Abdelaziz Ouechtati, che, dal teatro di conflitto, è rimasto in assiduo contatto con El Korchi. La scorsa estate, poi, è stato espulso un predicatore attivo a Perugia e Corciano, in contatto sempre con El Korchi[3].

Un elemento significativo è il fatto che le attività di indottrinamento fossero dirette anche ad alcuni bambini. In primis durante le lezioni di lingua e cultura araba per bambini tenute da El Korchi, e durante le quali quest’ultimo propagandava idee estremiste. Ad esempio, in un’occasione, il predicatore-insegnante ha esortato gli alunni ad aggredire i coetanei italiani, ritenuti infedeli. In secondo luogo, l’imam ha tentato di esporre anche i propri (giovanissimi) figli all’ideologia jihadista anche durante gli “incontri ristretti” cui partecipavano gli altri indagati. In vari casi, infatti, ha visionato in presenza dei bambini (e illustrato) diversi filmati in cui si celebrava il jihad, nonché alcuni video che riprendevano l’esecuzione di un gruppo di poliziotti iracheni e un attentato ai danni di mezzi militari statunitensi in Iraq. “Ci sarà un giorno del giudizio in cui tutti i musulmani andranno in paradiso, mentre gli italiani miscredenti andranno all’inferno e bruceranno”, tuonava davanti ai bambini l’imam della “scuola di terrorismo”. Un più recente episodio degno di nota riguarda la cellula operante presso Merano e Bolzano, smantellata nel novembre del 2015[4]. Si trattava di un importante nodo appartenente a una ben più vasta rete transazionale, denominata “Rawti Shax” e facente capo al leader jihadista curdo Najmaddin Faraj Ahmad (alias Mullah Krekar) – fondatore del gruppo islamista radicale Ansar al-Islam, e attualmente detenuto in Norvegia. Le operazioni antiterrorismo non si sono limitate al cluster altoatesino in Italia, ma hanno anche investito numerosi altri Paesi europei, tra cui la Norvegia, il Regno Unito e la Finlandia. 17 individui sono risultati destinatari di un mandato di arresto, 7 dei quali in Italia, per l’appunto in Alto Adige[5]. I componenti della rete terroristica, residenti in differenti Paesi, si mantenevano in contatto online, mentre Mullah Krekar coordinava le attività dal carcere.

Il gruppo altoatesino rappresentava uno snodo cruciale per il reclutamento di foreign fighters e di potenziali attentatori, con l’obiettivo di combattere ed eseguire attacchi in Medio Oriente e nel Nord Europa. Tra le modalità di azione, si contemplava anche il rapimento di diplomatici norvegesi, nella speranza che ciò potesse portare al rilascio del leader incarcerato. Il fulcro della cellula italiana era rappresentata da Abdul Rahman Nauroz – dedito al traffico di migranti e al reclutamento di militanti –, che ha facilitato il viaggio in Siria del foreign fighter Eldin Hodza (poi rientrato in Italia). Il reclutamento di nuovi adepti avveniva con due modalità: innanzitutto sul web e, in secondo luogo,anche offline, mediante le lezioni tenute da Nauroz nel proprio appartamento. I membri della cerchia, inoltre, erano tenuti a seguire un percorso di formazione jihadista, iscrivendosi alla scuola telematica “Ibnu Taimiyya” – supervisionata dal Mullah Krekar –, seguendo i vari corsi (suddivisi in livelli differenziati, con regole di propedeuticità) e superando i relativi esami, con il supporto dell’insegnante Abdullah Salih Ali (detto “mamosta Kawa”). Oltre alle lezioni volte al reclutamento – tenute da Nauroz – e all’università online, vi erano infine altri tipi di attività formative, questa volta rivolte ai bambini.  Il gruppo organizzava infatti una sorta di “scuola di odio” per i giovanissimi, come accaduto ad esempio presso l’abitazione di Hasan Samal Jalal, “allievo” di Nauroz. Qui, a bambini e ragazzini venivano impartite lezioni su come uccidere il nemico, ed erano mostrati filmati di esecuzioni ad opera dei miliziani dello Stato Islamico – visti come modelli da imitare per promuovere la causa jihadista. Ancora una volta, individui di minore età divenivano obiettivi privilegiati dell’indottrinamento estremista. Se, apparentemente, questi sono i soli due casi che spiccano nel panorama italiano, a livello europeo si sono verificati svariate situazioni di questo tipo, in cui una o più figure carismatiche hanno tentato di radicalizzare e mobilitare soggetti minorenni. Un recente esempio è fornito da Umar Haque, operante nella scena londinese e giudicato colpevole di una serie di reati legati al terrorismo. L’uomo – durante il periodo di insegnamento nella scuola islamica “Lantern of Knowledge” e nella madrasa sita presso la moschea di Ripple Road – ha tentato di radicalizzare più di 100 ragazzini, con l’obiettivo di dar vita a un “esercito” di almeno 300 soldati. Le indagini sono state avviate nell’aprile del 2016, quando Haque stava per imbarcarsi su un volo per Istanbul e, dopo essere stato fermato, sono state effettuare delle ricerche sul suo cellulare. Inizialmente, è emerso che l’uomo stava pianificando degli attentati nella capitale britannica. Solo successivamente sono affiorate le attività di proselitismo dirette agli alunni, costretti a visionare filmati di esecuzioni o attacchi terroristici, nonché a mettere in atto un gioco di ruolo e mimare attentati ai danni di agenti di polizia[6].

 

A lezione di jihad. L’indottrinamento dei bambini ai tempi del Califfato

Diversi gruppi jihadisti hanno dedicato grande attenzione all’indottrinamento e addestramento di minori. Il cosiddetto Stato Islamico, in particolare, non ha mostrato alcuna esitazione a coinvolgere bambini: i “cuccioli del Califfato” – come sono stati ufficialmente ribattezzati -, dopo essere stati reclutati, sono stati indottrinati e addestrati e infine schierati persino nei ranghi del gruppo armato(1). È noto che decine di bambini hanno portato a termine operazioni suicide; altri hanno persino partecipato a esecuzioni capitali. Oltretutto, a differenza di altri gruppi armati e milizie (come quelli che impiegano bambini soldato in conflitti in Africa e in Asia), lo Stato Islamico ha riservato grande spazio all’impiego dei bambini nell’ambito della sua vasta e sofisticata attività di propaganda. Non è noto quanti minori siano stati effettivamente coinvolti nelle attività del sedicente Califfato. A quelli già presenti nelle aree conquistate dall’organizzazione di al-Baghdadi, occorre aggiungere quelli giunti dall’estero, al seguito di foreign fighters. Si stima che soltanto dall’Europa occidentale siano arrivati in Siria e Iraq non meno di 800 bambini (2). Anche alla luce dell’importante operazione di polizia scattata di recente a Foggia, è importante esaminare come lo Stato Islamico abbia effettivamente organizzato e promosso l’indottrinamento delle giovani generazioni. Oltretutto, è importante evidenziare che parte del materiale didattico dell’organizzazione è comunque disponibile on-line, anche in lingue diverse dall’arabo (3), e può essere quindi utilizzato in altre aree geografiche, anche dopo la caduta del Califfato.

L’indottrinamento

Nel territorio governato dallo Stato Islamico, indottrinamento e addestramento si fondavano su un approccio sistematico, strutture centralizzate e procedure rigide. La frequenza delle scuole gestite dall’organizzazione era obbligatoria, con classi separate per sesso. L’insegnamento prevedeva anche pene corporali. Anche gli insegnanti subivano forti pressioni e intimidazioni perché si adeguassero rigorosamente al ruolo che veniva loro imposto. La formazione dei bambini includeva innanzitutto l’insegnamento dei fondamenti ideologici dell’organizzazione, anche attraverso appositi manuali. Lo scopo era quello di trasformare gli alunni in “cittadini” dello Stato Islamico e soprattutto in militanti jihadisti. Ovviamente, i minori sono particolarmente vulnerabili a interventi di condizionamento e manipolazione. In questa attività di indottrinamento, l’organizzazione di al-Baghdadi era attenta a legittimare la propria attività, missione e autorità (esclusiva), re-interpretando selettivamente alcuni aspetti della dottrina e della storia islamica, alla luce dell’ideologia salafita-jihadista. Nelle scuole dello Stato Islamico, gli insegnanti facevano memorizzare ai propri studenti alcuni versetti tratti, con opportuna selezione, dal Corano o dagli Hadith (detti e fatti attribuiti al Profeta), con l’intento di giustificare l’ideologia estremistica dell’organizzazione. I bambini erano anche incoraggiati ad impegnarsi, a loro volta, in attività di divulgazione e proselitismo (4). Erano inoltre indotti a spiare familiari e conoscenti e riferire eventuali informazioni rilevanti di cui venissero a conoscenza (5). Il materiale didattico impiegato esaltava dogmaticamente l’importanza dell’istituzione del Califfato e del ruolo del jihad armato nel progresso della storia islamica. Non mancavano poi riferimenti di carattere apocalittico. Dall’altro lato, secondo una logica manichea, venivano esplicitamente condannate oppure rimosse ideologie e pratiche moderne, come la democrazia, il nazionalismo, il patriottismo. Significativamente, i libri di geografia non presentavano i confini degli Stati nazionali (6).

Il tema del martirio era trattato con frequenza. Gli insegnanti illustravano le azioni suicide dei miliziani del gruppo e le glorificavano sostenendo che attraverso il compimento di tali operazioni fosse possibile avere accesso al paradiso (7). Oltre al netto rifiuto della cultura occidentale, i libri dello Stato Islamico enfatizzavano anche il concetto del takfir, ovvero la pratica di accusare altri musulmani di essere in realtà “infedeli” (kuffar) e quindi meritevoli di essere puniti, anche con la pena di morte. Enfatizzando questa idea estremistica, i libri scolastici religiosi indicavano anche i comportamenti concreti da assumere e da evitare allo scopo di essere “veri” musulmani (8). In generale, in termini storici, il Califfato dello Stato Islamico veniva presentato, secondo una versione deterministica, come il culmine della storia dell’Islam. Inoltre, eventi specifici venivano ripresi e riletti, in maniera selettiva e creativa, a fini ideologici. Un esempio interessante è rappresentato dal riferimento alla Battaglia di Badr – menzionata esplicitamente anche nelle attività educative del Centro Islamico di Foggia. La battaglia, una delle più note della storia dell’Islam (e centrale anche nella narrativa jihadista, sulla base di una reinterpretazione militante (9)), rappresenta la prima vittoria per la Ummah (comunità dei fedeli) del Profeta Muhammad (Maometto), dopo la Egira (Hijra, emigrazione) a Yathrib/Medina. Ebbe luogo a metà del mese di Ramaḍan dell’anno 2 dell’Egira (624), quando, presso i pozzi di Badr, i musulmani tesero un’imboscata alla carovana dei meccani guidati da Abu Sufyan. Nonostante la netta inferiorità numerica, i seguaci di Muhammad ebbero la meglio. Lo scontro, interpretato in senso religioso come dimostrazione del favore divino, rinfrancò il morale dei fedeli musulmani, condusse a un aumento delle conversioni all’Islam e rafforzò la posizione di Muhammad. La vittoria ebbe quindi diversi significati di carattere simbolico: la vittoria dell’Islam contro la miscredenza e il politeismo; la prova dalla “provvidenza divina”; lo scontro tra i deboli e potenti, nel quale sono i primi a trionfare. Il giorno della vittoria viene infatti ricordato come il “Giorno della Distinzione”, in grado di dividere i due campi opposti del bene e del male, della verità e della falsità. In aggiunta a questi riferimenti generali, la vicenda della battaglia di Badr contiene riferimenti alla decapitazione dei miscredenti sconfitti. Questo punto viene riletto dai militanti dello Stato Islamico come giustificazione della pratica di sgozzamento di prigionieri inermi – e, significativamente, con questa accezione estremistica viene ripreso apparentemente anche nell’ambito dei corsi organizzati a Foggia. Occorre infine notare che nelle scuole del Califfato alcune materie comuni erano bandite, perché considerate non appropriate o addirittura pericolose: tra queste la musica, il disegno e la filosofia. Altre materie, come la geografia politica, cui si è fatto cenno in precedenza, presentavano restrizioni e censure. Altre ancora erano completamente riplasmate fino a essere di fatto svuotate del senso originario, come l’educazione fisica finalizzata ora a preparare piccoli miliziani in armi. (10)

Il materiale didattico

Per poter insegnare questi concetti ai propri studenti, lo Stato Islamico si serviva di diversi strumenti didattici, tra i quali appositi libri scolastici, video e persino app per telefoni. I manuali presentano esercizi, test, mappe ed esempi per rendere il contenuto più reale e rilevante agli occhi degli alunni e, soprattutto, più utile e funzionale per le finalità del gruppo armato. Per esempio, un manuale di storia, dopo aver ricostruito la battaglia di Badr, menzionata in precedenza, si premura che il giovane studente impari che: tra gli scopi dell’esercito islamico vi è quello di “terrorizzare” gli infedeli; l’uccisione dei familiari può essere un’azione necessaria; la lotta sulla via di Allah non si limita alla difesa contro il nemico, ma si estende allo scontro contro gli infedeli e all’imposizione con la forza della legge divina. Queste nozioni estremistiche sono rafforzate da appositi test ed esercizi alla fine del relativo capitolo. (11) L’ideologia radicale dello Stato Islamico è anche presente nei corsi non pertinenti direttamente al credo salafita-jihadista. Infatti, nei libri di grammatica o di matematica, gli esercizi vengono illustrati con immagini belliche. Per esempio, per insegnare l’arabo, le varie lettere dell’alfabeto sono associate a figure di armi impiegate dai miliziani dell’organizzazione. Analogamente, nelle lezioni di matematica i calcoli vengono presentati facendo riferimento al numero di combattenti, di armi da fuoco o di carri armati. Questi accorgimenti avevano l’obiettivo di favorire un processo di normalizzazione della violenza: l’uso delle armi diventa un aspetto ordinario della vita quotidiana, sin dall’infanzia. Da notare l’importanza dell’uso di immagini e disegni, particolarmente efficace per un pubblico di bambini. Oltre ai libri scolastici, anche i video avevano un ruolo importante nelle lezioni dello Stato Islamico. Filmati contenenti esecuzioni e altri atti di violenza venivano mostrati ai bambini per spiegare le attività e le finalità del gruppo armato e, in generale, per desensibilizzare all’uso della violenza. In altri, invece, vi erano contenute scene di addestramento di bambini in campi d’addestramento, con esercizi e simulazioni di combattimento.

Alcuni video, come accennato, includono anche veri e proprie azioni violente eseguite da bambini. Per esempio, il filmato in arabo Mio padre mi ha raccontato, prodotto dalla divisione mediatica della Wilaya (Provincia) di Raqqah nel 2016, mostra un nucleo di bambini che si esercitano con armi da fuoco e giustiziano infine dei nemici curdi. Questo video era anche in possesso dell’imam coinvolto nell’operazione di polizia di Foggia. Le app presentano caratteristiche simili. Per esempio, alcune si propongono lo scopo di insegnare l’alfabeto arabo in maniera interattiva, associando le lettere a immagini di fucili, carri armati o spade. (12) In conclusione, il progetto di indottrinamento sistematico e su larga scala realizzato dalla Stato Islamico è ormai giunto a conclusione con la caduta del Califfato in Iraq e Siria, ma rimane la preoccupazione per iniziative educative di matrice jihadista che si rifacciano o si ispirino in qualche modo a quell’esperienza, anche in Europa, come sembra mostrare la recente vicenda di Foggia.

 

Fonte: ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale