DUE DI CUORI: Insieme, per il mobbing di papà

Pubblicato il 18 maggio 2018 in , , da Vitalba Paesano

Ciao Marina & Rebecca,

mi chiamo Laura, cinquantacinque anni, due figli adolescenti e un buon marito. Possiamo definirci, a detta di tutti, una famiglia felice, senza troppo né poco. Una famiglia fortunata. O almeno questo fino a qualche tempo fa. Purtroppo mio marito, ingegnere in una grande multinazionale del settore petrolifero, ultimamente sta subendo un forte mobbing da uno dei suoi capi: un ragazzo giovane, arrivato da poco ed estremamente arrivista che, non si sa perché, l’ha preso di mira e gli sta avvelenando le giornate lavorative senza un apparente motivo. All’inizio mio marito si dava tutte le colpe, cercando di modificare i propri atteggiamenti pur non spiegandosi affatto i motivi di un simile trattamento. Poi, dopo tre mesi di mobbing, è subentrata la rabbia, che non potendo essere sfogata verso il diretto interessato, veniva comprensibilmente traghettata a casa la sera, e da me gestita con molta comprensione per non farla ricadere sui nostri figli. Ma adesso la situazione è davvero difficile: io sto perdendo la pazienza, mio marito si sta a poco a poco arrendendo, perdendo la voglia di andare a lavorare e, cosa ben più grave, i nostri figli cominciano a subire i risvolti negativi della situazione: non è facile avere attorno un padre depresso, che la sera invece di parlare si chiude in camera a guardare il soffitto, e quando è sveglio pervade di negatività ogni discorso. Io non so più che fare: la dolcezza e la comprensione sono ormai ai minimi livelli, e non vengono apprezzate. Mio marito è sempre astioso, non so da quanto tempo non c’è intimità tra di noi, e a poco a poco tutta la famiglia ne sta risentendo. Perfino il cagnolino, che viene portato a spasso di malavoglia, cinque minuti a sera.

Che cosa posso fare? Grazie per un consiglio.

Laura


Risponde Rebecca:

Cara Laura,

il male del secolo sembra essere il lavoro: i giovani sono precari, senza contratti fissi, se hanno la fortuna di avere un impiego e, se invece non lo hanno, perdono anni preziosi alla ricerca di un qualche equilibrio. Quanto ai meno giovani, si verificano spesso occasioni di stress o, come nel caso di tuo marito, vere e proprie situazioni di mobbing… e quando le cose non vanno al lavoro, è impossibile non portare a casa i problemi. Io credo che, da qual che mi dici, tu non possa che continuare a fare ciò che già fai: cercare di essere comprensiva, tentare di difendere al massimo la quiete domestica e la serenità dei vostri figli. Purtroppo spesso gli uomini, se toccati in ambito professionale, sembrano perdere all’improvviso tutta la loro forza, come Sansone al taglio dei capelli, e te lo dice una che è stata con un uomo che dopo un solo anno di disoccupazione era talmente depresso da vedere tutto nero. Quello che posso consigliarti, nell’immediato, è di convincere tuo marito a farsi aiutare da uno specialista per uscire da questo stato depressivo prima che sia troppo tardi e, quando starà meglio, spronarlo a cercarsi subito un altro lavoro. Purtroppo, alle volte, è questa l’unica soluzione: la fuga! Coraggio e in bocca al lupo per tutto.


Risponde Marina:

Gentile Laura,

in ambito lavorativo di solito si parla di “problem solving” per intendere la necessità di risolvere un problema aziendale, ma si dice anche se non c’è soluzione… non c’è problema! Parafrasando questa espressione, mi domando perché tuo marito, fin dall’inizio, non abbia affrontato con determinazione la questione: il giovane capo era solo prepotente e antipatico? Non avrebbe avuto motivo di lamentarsi? Si poteva affrontarlo direttamente, far intervenire altri capi in azienda, chiedere la mobilità o cercare subito un altro posto quando le energie e la forza psicologica erano al massimo. Subire in silenzio, macinare rabbia e furore non sono state una buona soluzione e mi permetto di dirti che forse tu avresti dovuto, più che aiutarlo a sopportare, sforzarti di capire e aiutarlo a risolvere. Per quanto possibile, naturalmente, visto che non abbiamo elementi oggettivi da valutare. Credo a questo punto che ci voglia una bella riunione di famiglia, affettuosa e sincera, davanti a una cenetta che accontenti e riscaldi il cuore a tutti. Serve che tu sostenga pubblicamente tuo marito, suggerisca ai figli di manifestare stima e affetto al padre, recuperare l’immagine e il ruolo che compete a tutti. E poi si tratta di affrontare il problema, praticamente, con l’aiuto di chi serve: esperti di lavoro, avvocati o psicanalisti. Nel vostro caso, a mio parere, si può parlare di “problem solving”, perché la soluzione c’è e si basa sulla capacità di reagire e agire. Auguri !