I dischi del mese: ottobre ’14- 3

Pubblicato il 23 Ottobre 2014 in , da Ferruccio Nuzzo

Nikolaj Kapustin

Cello Concerto n° 2 op.103, Astor Piazzolla: Las quatros estaciones porteñas, Le grand Tango, Oblivion, Ave Maria Enrico Dindo: violoncello, I Solisti di Pavia – Decca (70’)

Dindo Viv

   Antonio Vivaldi

    Cello Concertos – Enrico Dindo: violoncello, I Solisti di Pavia – Decca (54’)

   

Dindo Bach

  C.P.E. Bach

   Cello Concertos – Enrico Dindo: violoncello, I Solisti di Pavia – Decca (66’)

 

 

Un nuovo, interessante cd, ed un concerto il 21 novembre prossimo alla Salle Gaveau, uno dei santuari della musica classica più famosi e celebrati di Parigi – quindi del mondo -, per il Solisti di Pavia ed Enrico Dindo, violoncello e direzione (sempre a Parigi – in collaborazione con l’Istituto Italiano di cultura – si prepara inoltre un incontro ed una prova aperta al pubblico).

Creato e formato tredici anni or sono, e subito decorato della presidenza onoraria di Mstislav Rostropovich, a questo ensemble 99% italiano, non mancano certo gli exploit discografici e le tournée mondiali, dalla Russia alla Cina, e l’anno venturo in Sud America, senza contare i numerosi concerti in Italia e sopratutto a Pavia, dove si svolgono anche le attività dell’omonima Fondazione, sostenuta dalla Banca del Monte di Lombardia, e della «Pavia Cello Academy», il primo conservatorio italiano di violoncello, creato e guidato anch’esso da Enrico Dindo. In programma anche, per l’anno venturo, il progetto «HaydnDay» – dedicato, appunto, a Franz Josephe Haydn – e che in un sol giorno presenterà i due Concerti per violoncello, le tre Sinfonie «Il Mattino», «Il Mezzogiorno» e «La Sera» e si concluderà, opportunamente, con la Sinfonia «Degli Addii».

1 © Victor DeleoE parliamo dei dischi, primo di tutti il più recente, quello che presenta il Concerto n° 2 op.103, del compositore ucraino Nikolaj Kapustin, un musicista che seguendo la cosiddetta «terza corrente» della scuola russa, integra e sintetizza nelle forme classiche la musica jazz e rock, la musica tradizionale europea ed il folklore di un po’ dappertutto, in uno stile fusion abitato dalle idee e dallo stile dell’interpretazione jazz. Ma non val la pena di perdersi in analisi che – comunque – svaniscono all’ascolto di questa musica che – al di là di ogni considerazione intellettuale – vive profondamente nelle corde dello splendido e sensuale strumento di Enrico Dindo, ammirabilmente accompagnato, illuminato, dalla vitalità dagli archi dei Solisti, per una volta animati dall’energia della big band. Accanto al Concerto di Kapustin, ed ancor più immediatamente seducenti, quattro composizioni di Astor Piazzolla, El Gran Astor, El Gato, uno dei più importanti rappresentanti del tango argentino, emigrato di origine pugliese, radicato nella cultura porteña ma nutrito dai suoi ritorni in Europa e dalla frequentazione di compositori come Nadia Boulanger, Bela Wilda e Alberto Ginastera. Il famoso Gran Tango, scritto all’origine per violoncello e pianoforte, ed esplicitamente dedicato a Mstislav Rostropovich – che aveva, secondo Piazzola, come tutti russi, una gran passione per questa forma musicale, e la giusta sensibilità per abbordarla – è qui eseguito in una raffinata versione per violoncello e orchestra d’archi realizzata da Enrico Dindo (che ha anche orchestrato l’Ave Maria); le altre trascrizioni sono dell’argentino Jorge Bosso, che ha anche adattato Oblivion, dalla colonna sonora del film Enrico IV di Marco Bellocchio.

E veniamo ai due altri cd, il primo dedicato a 6 Concerti per violoncello di Antonio Vivaldi, che Dindo – anche qui solista e direttore – ha opportunamente scelto alternandone 3 meno conosciuti (RV 401, 411/412, 416) ai 3 ben noti Sol maggiore RV 413, Re maggiore 404 e Si minore RV 424. Il Vivaldi di Dindo non è un abate insinuante di merletti e ricami, di raffinata e nervosa tensione, ma un Prete Rosso sanguigno e mediterraneo, che si slancia avventuroso o profondamente medita, e lo strumento del solista rappresenta vigorosamente e/o sensualmente questa visione sopratutto originale in quest’epoca di sfrenata sedicente fedeltà agli strumenti d’epoca (o come se …). Ho chiesto a Enrico Dindo di dirmi qualcosa a proposito della sua scelta di un violoncello «montato moderno» – anche se è un Pietro Giacomo Rogeri (liutaio bresciano) del 1717 -, con corde di acciaio, se non addirittura di tungsteno, ed usando un arco Sartory del 1836.

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«Mi sono posto spesso la domanda: qual’é la montatura ideale? – ha risposto Dindo – e credo che dal punto di vista strettamente filologico sia corretto eseguire la musica del periodo barocco con strumenti antichi e montature barocche, quindi con corde di budello. Io, invece, suono un “violoncello diverso”, addirittura coevo alle Suites di Bach (circa 1720), ma la montatura é moderna; quindi mi si é posto il dilemma: ma allora come posso suonare questa musica?
La risposta credo di averla trovata nell’atteggiamento con il quale mi pongo di fronte alla ricerca del linguaggio dell’autore, di qualsiasi epoca esso sia, quindi di fatto analizzando filologicamente gli elementi esecutivi ed espressivi a prescindere dalle questioni tecniche.
Insomma: é più importante il viaggio della destinazione.»

Non si può che essere d’accordo con questa attitudine interpretativa – e con la chiarezza di un’affermazione al di là di tutte le mode (che non si sa quanto durano …).

Stesso discorso per i 3 splendidi Concerti per violoncello di Carl Philipp Emanuel Bach, che si giovano del suono voluttuoso e nervoso al tempo stesso del violoncello di Dindo per farci scoprire la straordinaria modernità di queste composizioni fondamentali del figlio più esemplare – se non il preferito – di Johann Sebastian Bach.

E, per concludere, ancora qualche parola sui Solisti di Pavia – sui quali spero di tornare prossimamente con altri cd di musiche a loro dedicate o di un repertorio per archi meno frequentato.

Ho parlato di un ensemble 99% italiano, che in un’epoca di multinazionalità barocca – gli ensemble che si agitano nel vasto panorama mondiale di questa musica sono un sapiente ed equilibrato cocktail di strumentisti italiani, giapponesi, cinesi, olandesi, spagnoli e francesi, con qualche tedesco (sempre, o quasi, gli stessi) – rinnova i fasti dei Virtuosi di Roma, dei Musici, dei Solisti veneti. Italiani, quindi e sopratutto, con un’orientale – ma ormai italianizzata anch’essa – e qualche spagnolo o tedesco che ogni tanto ci confermano che il mondo della Musica Classica non ha più frontiere. Non credo che queste caratteristiche etniche cambino di per se stesse molto le cose, ma ho avuto l’impressione, per tutto il tempo di questa lunga ed intensa esperienza d’ascolto, che le tre registrazioni – sopratutto i due cd di Vivaldi e C. P. E. Bach, ambedue captati dal vivo, quindi durante un concerto – avessero in più il calore della spontaneità e dell’immediatezza di un complesso che condivide gusti ed abitudini al di là delle consuetudini musicali, in incontri che non sono soltanto frettolose sessioni di prova, concerto o registrazione, saltando da un aereo all’altro. Il che non è male.

Enrico Dindo e I Solisti di Pavia in immagini e musica

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