Montagna e fotografia: Alfredo Corti e le sue passioni

 Ci sono due persone in ogni foto: il fotografo e l’osservatore. Ansel Adams

Entrando nella sede della storica Sezione Valtellinese del Club Alpino Italiano, nel centro di Sondrio, si è accolti da alcune austere immagini in bianco e nero, che raffigurano rocciose pareti di alte montagne, le muse del fotografo autore. Un’altra immagine, invece, riprende un nutrito gruppo di uomini baffuti, con abiti e attrezzature di altri tempi, con lo sguardo rivolto al fotografo o alla valle ai loro piedi. Sono guide alpine, chiamate a congresso nel settembre del 1906 nel massiccio del Bernina, nelle Alpi centrali Retiche, alla capanna-rifugio allora intitolata a Damiano Marinelli – esploratore e pioniere dell’alpinismo italiano, perito nel 1881 dopo aver scalato, con la guida Battista Pedranzini e altri due alpinisti, la parete est del Monte Rosa sino alla punta Dufour.

I personaggi baffuti sono ripresi da un giovane Alfredo Corti, allora all’inizio della sua carriera d’illustre scienziato e cattedratico, oltre che di grande e appassionato alpinista e fotografo, nato a Tresivio, solatio paese della media Valtellina, nel 1880, primo dei sei figli del medico condotto Linneo Camillo, e della sua sposa Caterina Menatti.

Un’efficace sintesi di questa poliedrica e affascinante figura, razionale, ma al tempo stesso nascostamente romantica, come si può cogliere dalle sue immagini, è ben riassunta nella descrizione che di lui ha fatto il figlio Nello: “andava in montagna per trovarsi tra cielo e terra, al limite dell’universo più vasto, perché avvertiva il fascino di assistere, da luoghi privilegiati, ai consueti fenomeni naturali, quale l’apparire del giorno, l’invasione della luce e del calore sulla terra, l’urlo del vento e delle tempeste, e poi anche perché lo divertiva cimentarsi su di una bella cresta o lungo un pendio ghiacciato, a riprova della propria abilità. Ma, da buon scienziato naturalista, gli piaceva spiegarsi l’orogenesi alpina, le cause delle stratificazioni delle rocce, il perché della via ultima di fiori e insetti sulle più alte cime”.

 

       L’amore per le scienze fu il fil rouge della sua vita, da studente, prima al liceo classico Piazzi di Sondrio – dove fu allievo e amico dell’entomologo Mari Bezzi, che gli dedicò un nuovo dittero senz’ali (Alfredia acrobata) scoperto dallo stesso Corti durante un’ascensione in Val Malenco -, e in seguito all’Università di Pavia – dove invece incontrò e studiò con Camillo Golgi, Nobel per la medicina nel 1906 -, sino alla cattedra universitaria in anatomia comparta, che il Corti resse in vari atenei.

        Ben presto, con l’inizio della frequentazione assidua delle “terre alte”, le sue osservazioni non ebbero più confini. Di lui diceva Massimo Mila, musicologo e alpinista, e suo amico: ”…in realtà nessuna tra le scienze della terra gli era estranea. …. Per Lui tutto viveva: viveva l’albero, il bosco, il filo d’erba, vivevano le pietre, viveva il ghiacciaio, muovendosi, strisciando, allargandosi e comprimendosi”.

       E così ebbe anche inizio una delle esplorazioni tra le più minuziose delle montagne di Valtellina, che col tempo persero ogni segreto per Corti, che ebbe la generosità di condividere le sue esperienze e conoscenze nei suoi scritti, ospitati sulla Rivista del Club Alpino, e nelle guide che il Club gli “commissionò“: quella della Regione del Bernina, edita nel 1911, quella delle Alpi Orobie, pubblicata solo nel 1957 ma preparata decenni prima con Bruno Credaro e Silvio Saglio per la collana Guida dei Monti d’Italia. Sua è anche l’oggi introvabile guida della Val Grosina, del 1909.

       Ha ragione, quindi, chi ricorda che il Corti per la sua interpretazione dell’andar per monti, può essere considerato come il più importante rappresentante valtellinese dell’alpinismo classico.

       Oggi, con la scelta dei figli Lucia, Rosetta e Nello, e dei loro familiari di donare l’archivio fotografico alla Sezione Valtellinese del C.A.I., si è potuto approfondire la conoscenza del Corti fotografo, e della montagna di lastre, negativi e positivi, tutti conservati in bell’ordine in piccole scatole dove sono stati, negli anni, amorevolmente riposti dal loro autore.

       Questa scelta dei familiari, che hanno visto nella Sezione un custode meritevole di questo particolare e preziosissimo archivio, nasce anche dal forte legame affettivo che legava il Loro illustre padre, socio dal 1898, alla Sezione che, riconoscente, per i suoi meriti – tra i quali spicca l’ideazione e costruzione, grazie ai coniugi De Marchi, della centenaria capanna Marco e Rosa – lo insignì della medaglia d’oro.

       Alla donazione dell’archivio, è seguita l’elaborazione di un progetto di riordino del copioso materiale, articolato in varie fasi, oggi attuate in gran parte.

       Compongono l’archivio oltre 2000 foto solo per la parte valtellinese, impresse su vari supporti – vetri, lastre, negativi e positivi -, in parte già digitalizzate e inserite in un sito internet dedicato (www.alfredocorti.it ), arricchito da note biografiche su Corti e sui vari personaggi ritratti nelle immagini, oltre che di schede tecniche con didascalie.

       Sfogliando le pagine del sito vi si apprende che il Corti iniziò a fotografare con un apparecchio di legno a lastre 13×18, passando poi negli anni successivi a macchine fotografiche più leggere con lastre di formato più piccolo, e che utilizzò anche, con esiti affascinanti, la tecnica stereoscopica, alla cui spiegazione è dedicata un’intera sezione.

La fotografia del Corti potrebbe apparire a un primo sguardo didascalica e razionale; come ricorda Nello, nel filmato intervista che completa l’archivio: “se c’era un cristiano nell’inquadratura lo faceva allontanare”, quasi che l’attenzione non fosse distolta dai protagonisti assoluti delle sue immagini: le creste, i ghiacciai, le vette, le verticali pareti nord. Ma così non è; dalle immagini, infatti, traspare la passione sincera per le alte terre e si colgono gli aspetti romantici dell’andare per monti, come la freschezza di un’alba o il calore del sole calante che illumina una vetta, il legame speciale che attraversa una cordata, o la gioia del ritorno a casa dopo le fatiche, che a quei tempi pionieristici non erano certo poche.

Piano piano e con l’aiuto di molti, questo scrigno ricolmo d’immagini preziose di per sé, e per quello che ci raccontano quali testimoni di un tempo che fu, sarà un giorno completamente disvelato; diventerà allora patrimonio comune, a soci e non, grazie a un procedimento oggi ormai consueto, che lo stesso Corti, così moderno e aperto alle novità, avrebbe di certo apprezzato e fatto suo: la digitalizzazione.

 Lucia Foppoli  Past Presidente della Sezione Valtellinese del CAI – Curatrice dell’archivio

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