Approfondimento: Dopo Parigi, il cambio di strategia di Isis in “Syraq”

Pubblicato il 18 Novembre 2015 in , , da Vitalba Paesano

Dopo Parigi, il cambio di strategia di Isis in “Syraq”

di Andrea Plebani per ISPI

I tragici eventi di Parigi hanno dimostrato ancora una volta come il conflitto promosso dal sedicente Stato Islamico (IS) non sia confinato in un Medio Oriente percepito come distante e diverso da noi, ma sia in grado di colpire il cuore stesso dell’Europa. Lo aveva già fatto nel gennaio scorso, quando – a pochi giorni dall’attacco al settimanale satirico Charlie Hebdo – Amedy Coulibaly aveva seminato il terrore nella capitale francese, per poi ripetersi nei mesi seguenti con una serie di attentati meno eclatanti, come quello avvenuto a giugno a Saint Quentin Fallavier o quello sventato ad agosto su un treno Thalys partito da Amsterdam e diretto a Parigi. Attentati capaci di rafforzare l’immagine di una formazione che ha saputo trasformarsi nel nuovo centro nevralgico della galassia jihadista.

Se da un lato è evidente come gli attacchi del 14 novembre e le minacce lanciate a Roma, Londra e Washington abbiano contribuito a rafforzare ulteriormente questa posizione, sarebbe errato valutare il peso specifico di IS solo da questa prospettiva. A dispetto di quanto gli eventi delle ultime ore possano far pensare, infatti, l’obiettivo primo del movimento guidato da Abu Bakr al-Baghdadi non è tanto colpire il cosiddetto “nemico lontano” (Stati Uniti e alleati occidentali in primis), ma ricostituire quel califfato che fu abolito da Mustafa Kemal nel 1924 e, soprattutto, dar vita a uno stato “realmente” islamico. Uno stato chiamato a riunire sotto il suo controllo l’intero dar al-Islam e a imporre il rispetto di un’interpretazione radicale del messaggio profetico rigettata dalla stragrande maggioranza della comunità musulmana.

Nel corso dell’ultimo anno e mezzo molti gruppi hanno dichiarato la propria fedeltà al nuovo “califfo” e nuove province sono state formate in Nord Africa, nella Penisola Arabica e in Asia Centrale e Meridionale. Sebbene la loro rilevanza vari considerevolmente, nessuna è però assimilabile per importanza alle regioni siro-irachene controllate da al-Baghdadi. Quelle aree, definite sempre più spesso col nome di “Syraq”, che hanno visto la nascita di al-Qa¢ida in Iraq (AQI – 2004), la sua evoluzione nello Stato Islamico dell’Iraq (ISI – 2007) e nello Stato Islamico dell’Iraq e della Grande Siria (ISIS – 2013) e, infine, la sua definitiva trasformazione nello Stato Islamico (2014). è proprio qui che IS combatte la sua battaglia principale. Uno scontro che lo vede contrapposto a una miriade di attori locali e internazionali che, nonostante le risorse impiegate, non sono ancora riusciti ad aver ragione di una formazione considerata solo nel 2010 prossima alla definitiva sconfitta.

Ma qual è lo stato attuale della campagna condotta da IS in questo teatro? Nel corso dell’ultimo anno e mezzo il movimento è riuscito, a dispetto delle previsioni di numerosi analisti, a mantenere fede al proprio motto “rimanere ed espandersi”. Non solo ha conservato il controllo delle sue due più importanti roccaforti, Raqqa e Mosul, ma ha anche proseguito la propria offensiva dando vita ad attacchi coordinati su più fronti. In Siria, in particolare, esso è stato capace di estendere la propria autorità su gran parte del governatorato nord-occidentale di Dair al-Zor, di occupare Palmira, e di recuperare importanti posizioni nelle aree di Aleppo e Damasco. In Iraq, invece, oltre a continuare la propria campagna di attacchi contro le principali città irachene, IS ha mantenuto una presenza importante nelle regioni a maggioranza arabo-sunnita e ha preso Ramadi, capoluogo del governatorato di al-Anbar.

A fronte di queste importanti vittorie, però, il movimento ha dovuto far fronte a una serie di rovesci che hanno inferto un duro colpo alla sua aura di invincibilità. Nel gennaio del 2015, in particolare, le forze del califfato hanno subito un’eclatante sconfitta a Kobane, che per mesi era rimasta sotto assedio e difesa da un pugno di guerriglieri appartenenti alla formazione curdo-siriana del PYD. Altrettanto significativa è stata la caduta in estate di Tal Abyad, al confine tra Siria e Turchia. La sua presa da parte delle milizie curde siriane non solo ha permesso a quest’ultime di unire le aree di Kobane e Jazira sotto il loro controllo, ma ha anche privato al-Baghdadi di uno snodo commerciale di eccezionale rilevanza, oltre che di un bastione considerato parte integrante del sistema difensivo di Raqqa. Ma anche in Iraq IS ha dovuto fare i conti con sconfitte tutt’altro che irrilevanti. Poche settimane prima della presa di Ramadi, infatti, i “guerrieri neri” avevano perso Tikrit, capoluogo del governatorato di Salahaddin e città natale di Saddam Hussein. è di pochi giorni fa, però, la sconfitta che ha forse inflitto il colpo più duro al sedicente Califfato. Dopo oltre un anno e mezzo, infatti, la cittadina di Sinjar, teatro di uno dei massacri più efferati condotti da IS, è stata liberata. Oltre ad avere un importante rivolto simbolico e propagandistico, questa vittoria ha implicazioni strategiche notevoli, dato che consolida la presa curda sulle regioni nord-occidentali irachene e segna l’interruzione di una delle principali arterie che collegano Mosul a Raqqa (la cosiddetta autostrada 47). Un passo che potrebbe rivelarsi decisivo nei prossimi mesi per lanciare la tanto a lungo attesa offensiva su Mosul.

Andrea Plebani, Università Cattolica del Sacro Cuore e ISPI Associate Research Fellow

(Fonte ISPI)