“Guadagno e perdita, due tempi dello stesso respiro”

Pubblicato il 5 marzo 2018 in , , da Marina Piazza

La fase di vita che chiamiamo vecchiaia è interessante, coinvolgente, possiamo persino arrivare a dire affascinante perché è complessa, complicata, fatta di mille percezioni e sensazioni contrastanti. La descrive bene Eugenio Borgna, quando  scrive: “L’ombra e la grazia, la pesantezza e la leggerezza, l’oscurità e la luce, il dolore dell’anima e la stella del mattino, la dignità ferita e la dignità salvata, sono esperienze che si intrecciano l’una all’altra e fanno parte della vita di ciascuno di noi: nelle loro vertiginose alternanze e nelle loro misteriose alleanze”.

Quindi le perdite e i guadagni sono strettamente intrecciati, come nel bellissimo quadro di Klee, nel museo di Berna, “Il tappeto dei ricordi”, dove ricordi, emozioni passate e presenti si intersecano e quasi si confondono, come scrive Erri De luca “guadagno e perdita sono i due tempi dello stesso respiro”.

Paul Klee “Il tappeto dei ricordi” 1914. Olio su mussolina con fondo a gessetto e acquerello su cartoncino, Berna Kunstmuseum

E, tenendo sempre stretto questo intreccio, si può anche laicamente guardare alle perdite che la vecchiaia ci fa incontrare. Possiamo provare a definirle. Innanzitutto la perdita delle illusioni rispetto al futuro, la sensazione di avere davanti un futuro breve. Come nel racconto di Diane Athill  Da qualche parte verso la fine, sulla felce, ammirata grande e rigogliosa ai Tropici, acquistata per posta e poi arrivata  così piccola da farle pensare con rammarico che, data la sua età (89 anni) mai avrebbe potuta vederla grande e rigogliosa. Ci fa paura un futuro che può essere breve, corto, incerto? O ci fa anche paura un futuro lungo, troppo lungo?  E poi le perdite legate al deperimento del corpo, non tanto o non solo della sua estetica,  che è una percezione più colta nel passaggio dei cinquant’anni – per quanto si potrebbe anche riflettere sulla nostra immagine da vecchie, su come a volte ci interroghiamo su come vestirci, percependo una sorta di incertezza, abbastanza simile a quella provata nell’adolescenza di fronte al corpo che cambiava  – quanto proprio nella sua funzionalità: perdita di prontezza e di capacità di reazione, affievolirsi dell’udito, perdita dell’equilibrio fisico, complessiva mancanza di energia, decadimento della memoria, fatica, percezione di afasia, il corpo che non segue la testa… Si può anche dire: sentire il peso del corpo. Possono verificarsi dei veri limiti fisici, delle patologie con cui bisogna fare i conti, che impediscono di fare quello che ci piacerebbe. … Come se la nostra voglia di fare venisse contrastata dalla fragilità del corpo.  E poi, ancora, la perdita di un ruolo lavorativo e più in generale sociale. più forte e dolorosa per chi ha avuto nell’età adulta visibilità e riconoscimento. E ancora la perdita di un ruolo familiare (non sei più tu quella che comandi, che controlli, che definisci…).

E se vogliamo continuare in questo elenco, forse doloroso, ma realistico, la perdita di ruolo anche conoscitivo e di inadeguatezza di fronte alla velocità dei cambiamenti nel campo delle comunicazioni e delle tecnologie informatiche. Che cosa possiamo insegnare ai giovani, ai nostri nipoti che sanno smanettare molto, ma molto meglio di noi? E poi ancora, la fragilità delle persone vicine,  il peso sia materiale sia soprattutto psicologico di assistere alla sempre più evidente fragilità delle persone anziane vicine (la madre infortunata, il marito che sembra avvicinarsi alla perdita della memoria …). In un recente incontro, diceva una donna di 78 anni: “ho una madre di 98 anni da accudire. Anche stamattina mi sono svegliata e mi sono detta: sono impiccata. Pensavo: non farò in tempo a stare da sola nemmeno un anno. Ho anche una gatta di 18 anni con l’Alzheimer”. Quando si è all’interno di un ciclone, la percezione di sé sembra potersi avvicinare a una definizione di sé come “ammalorata”, così come la descrive. Alberto Leiss: il rimpianto per una sconfitta alla quale non si sa reagire. Il rischio è di un definitivo, e forse rassegnato, andare in malora. La consapevolezza di vivere una mala ora, un tempo che non ci dà scampo. L’idea che un malore o un malanno si è abbattuto su di noi per una fatalità avversa, ma forse anche per l’incapacità di reagire a questo pericolo con la necessaria forza d’animo e, per così dire, con prontezza e capacità operativa.

E per ultima, (ma sarà davvero l’ultima?) la perdita delle persone che hanno fatto parte della tua vita, con le quali si sono avuti interessi comuni. La sensazione di essere sopravvissute.

Dunque l’elenco è lungo, può portare alla sovrapposizione tra fragilità e vulnerabilità, ma nessuna di queste due parole è di per sé interamente negativa, descrive la natura umana, di noi esseri fragili. E anche i guadagni possono essere tanti. E’ quello che vedremo nella prossima puntata, la puntata di aprile, della natura che si risveglia…Come ci fa notare Luigi Pagliarani, nei suoi quaderni, “senza l’inverno assorbente (bisogno) non si avrebbe il canto colorato della primavera (desiderio).