Gli approfondimenti dell’Ispi: Catalogna al voto, crisi senza fine?

Pubblicato il 23 dicembre 2017 in , da redazione grey-panthers

Il 21 dicembre la Catalogna va al voto in un clima di estrema incertezza. L’ex Presidente della Generalitat catalana Carles Puigdemont è dal 30 ottobre in autoesilio in Belgio e i poteri sono stati nel frattempo assunti dal governo centrale. Anche se i risultati del voto non saranno probabilmente risolutivi, l’intera Europa attende col fiato sospeso l’ennesimo capitolo di uno scontro che rischia di portare alla prima secessione in Europa occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale.
In quali condizioni la Catalogna va al voto? Cosa prevedono i sondaggi? E quali potrebbero essere gli effetti economici della crisi per la Catalogna e l’intera Spagna?

Cos’è successo dopo il referendum e chi guida oggi la Catalogna?

Come ricorda Gilberto Bonalumi, nello spazio di un mese si è consumato un conflitto senza precedenti fra il governo centrale, che ha impugnato la legalità costituzionale, e il governo di una regione che si sente Nazione e pertanto non riconosce più la legittimità di quella Costituzione”. A seguito del referendum del 1 ottobre, il 27 ottobre scorso il Parlamento catalano ha dichiarato l’indipendenza della Catalogna. Quello stesso giorno il Senato spagnolo ha approvato l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, dando mandato al primo ministro spagnolo Mariano Rajoy di sospendere gli organi autonomisti della Catalogna e di imporre il controllo diretto di Madrid. Rajoy ha dunque assunto i pieni poteri, delegandoli alla viceprimo ministro Soraya Sáenz de Santamaría in qualità di “coordinatrice ad interim”, e convocato nuove elezioni regionali per il 21 dicembre.

Oltre ai vertici regionali sono stati rimossi anche circa 200 tra funzionari pubblici, capi di gabinetto e consiglieri. Quello che a tutti gli effetti è un vero e proprio commissariamento rende direttamente dipendenti da Madrid anche le forze di polizia regionali, i famosi Mossos d’Esquadra, il cui capo Josep Luis Trapero è stato sostituito a fine ottobre a causa della sua decisione di non intervenire per impedire lo svolgimento del referendum. Il 30 ottobre l’ex presidente della Generalitat catalana, Carles Puigdemont, è fuggito assieme ad altri 4 suoi ministri in “autoesilio” in Belgio, pur dichiarando di voler restare alla testa del suo partito (poi rinominato Junts per Catalunya) e ricandidandosi personalmente. Infine il 2 novembre Oriol Junqueras, vice di Puigdemont al governo catalano e leader di Esquerra Republicana, partito indipendentista di sinistra, è stato arrestato assieme ad altri 7 ministri del governo catalano rimasti in Spagna. 6 di questi sono poi stati scarcerati su cauzione il 4 dicembre.

I partiti al voto: cosa dicono i sondaggi?

Come sostiene Eusebio Val, corrispondente a Roma del quotidiano spagnolo La Vanguardia, a pochi giorni dalle elezioni catalane del 21 dicembre, l’incertezza è più alta che mai. Il panorama politico regionale è fortemente frammentato, e nelle ultime settimane non c’è stato alcun tentativo da parte delle forze politiche di ricomporre gli schieramenti indipendentista e unionista. Al contrario, la coalizione indipendentista “Junts pel Sí”, che nel 2015 aveva preso il 40% del voto popolare e che governava grazie all’appoggio dell’estrema sinistra di Candidatura di Unità Popolare (CUP), è tornata a separarsi nei suoi due partiti “storici”, il centro-destra di Puigdemont (che da novembre si chiama “Junts per Catalunya”) e la sinistra di Esquerra Republicana.

Per quanto riguarda il fronte separatista, il partito di centrodestra che ha storicamente governato la regione, e che su iniziativa del suo leader Artur Mas aveva intrapreso il sentiero indipendentista dal 2006, oggi non è più dominante: i suoi consensi sono calati dal 31% del 2012 al 14-17% attuale. A ottobre il partito ha cambiato nome in “Junts per Catalunya” e resta guidato da Puigdemont, ma al suo interno la “vecchia guardia” sembra essersi spostata su posizioni più moderate, anche perché vicina ai maggiori gruppi imprenditoriali e bancari regionali. L’indipendentismo “duro e puro” resta dunque nelle mani di Esquerra Republicana, che ha visto aumentare nettamente i suoi consensi (da un 7% nel 2010, oggi i sondaggi stimano il partito intorno al 20-22%) e della sinistra estrema della CUP, quotata a uno stabile 6-8%. Lo schieramento unionista e moderato è invece inaspettatamente capitanato da Ciudadanos (dato al 21-24%, contro l’8% del 2012), partito che sembra raccogliere consensi soprattutto tra i non catalani. Oltre il 55% degli elettori catalani ha infatti almeno un genitore nato fuori dalla Catalogna. Dietro a Ciudadanos si attestano i socialisti (15-17%), Podemos (7-9%) e i popolari (5-6%). Sarà forse proprio questo scenario di incertezza e frammentazione a spingere molte persone al voto: recenti stime suggeriscono tassi di affluenza superiori all’80%, persino più alti rispetto al 75% raggiunto nel 2015 e nettamente superiori all’affluenza media del 61% delle precedenti cinque consultazioni regionali.

L’indipendentismo è in calo?

Non sembra. Al contrario, mentre le intenzioni di voto sono in continuo mutamento tra i diversi partiti che compongono il fronte separatista e quello unionista, le appartenenze all’uno o all’altro campo sembrano essere molto stabili. Da circa un mese, cioè da quando la coalizione Junts pel Sí si è spaccata, i tre partiti a favore dell’indipendentismo oscillano infatti tra il 46% e il 49% dei consensi. A causa di un sistema elettorale che favorisce i partiti più grandi, nel 2015 agli indipendentisti fu sufficiente raccogliere il 48% dei consensi per ottenere il 53% dei seggi al Parlament. A prescindere da una sua possibile quanto risicata vittoria, a essere in dubbio è però la tenuta del fronte indipendentista dopo la serie di accuse incrociate che i leader dei diversi partiti si sono scambiati dal referendum del 1 ottobre in avanti. Non è dunque affatto detto che, in caso le urne restituiscano una nuova maggioranza pro-indipendenza, la questione della secessione dalla Spagna riesca a riunire intorno a un unico programma i tre partiti.

Economia: quali effetti sulla Spagna?

Secondo gli ultimi dati disponibili, nel 2015 il Pil catalano ammontava a 204 miliardi di euro. È una cifra equivalente al 19% del Pil spagnolo, il che significa che, se la Catalogna fosse indipendente, avrebbe dimensioni superiori a quelle di 15 paesi dell’Unione europea (superando per esempio Portogallo e Grecia). La Catalogna costituisce dunque una parte rilevante dell’economia spagnola, pesando per il doppio di quanto faccia ad esempio la Scozia per l’economia del Regno Unito  (10% del Pil nazionale).

Nonostante le forti ricadute in termini di crescita economica e occupazionale che potrebbero seguire a una effettiva indipendenza non concordata della regione, è interessante rilevare come i dati di cui disponiamo a oggi indichino una relativa calma sui mercati. La Borsa spagnola, che tra maggio e il referendum del 1 ottobre aveva perso oltre il 10% in capitalizzazione, dopo il voto ha oscillato intorno alla parità e oggi ha una capitalizzazione di oltre il 3% superiore all’apertura post-referendum (vedi grafico). Allo stesso modo lo spread tra i Bonos spagnoli e i Bund tedeschi a 10 anni, una misura importante del “rischio paese” attribuito alla Spagna dai mercati, è salito di oltre il 25% in vista del referendum, ma successivamente si è stabilizzato su livelli persino più bassi rispetto allo spread italiano (per esempio, il 19 dicembre lo spread Bonos-Bund si attestava sui 110 punti base, mentre quello Btp-Bund rasentava i 150). Per quanto riguarda le stime di lungo periodo, infine, secondo la Banca centrale di Madrid l’incertezza catalana avrebbe contribuito ad abbassare dello 0,1% il tasso di crescita del paese nel 2017 e 2018. Un impatto ancora modesto, dunque, anche se le conseguenze della crisi restano molto difficili da stimare in una situazione tutt’ora così volatile.

Economia: quali effetti sulla Catalogna?

A oggi oltre tremila imprese catalane hanno spostato la propria sede al di fuori della regione. Tra queste troviamo le 62 imprese catalane quotate in borsa, le più grandi delle quali sono Banco Sabadell e CaixaBank (istituti di credito), Gas Natural (energia) e Abertis (infrastrutture).

Sul fronte di crescita e occupazione, uno studio della ESADE Business School stima che più di un quarto dei datori di lavoro catalani avrebbe ridotto le proprie prospettive di assunzione per il 2018, e che quasi la metà di loro (46%) avrebbe congelato i propri piani di investimento nella regione.

Inoltre il turismo, che in Catalogna genera circa il 12% del PIL regionale e che dà lavoro a oltre 400.000 catalani, si è contratto del 15% a ottobre rispetto allo stesso mese dell’anno scorso, e le prenotazioni degli hotel di Barcellona per i primi tre mesi del 2018 risultano inferiori del 10% rispetto ai dati del primo trimestre 2017. Sul lungo periodo, secondo alcuni esperti, l’instabilità attuale potrebbe tradursi in una riduzione dell’1,5% del PIL regionale rispetto al trend precedente la crisi, equivalente a una perdita di 18 miliardi di euro. Ma, come nel caso dell’intera Spagna, è ancora difficile fare stime precise sull’impatto a lungo termine della crisi, che dipenderà soprattutto dalla sua durata e dalla sua intensità.

Fonte: ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

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