Guardare in faccia l’orrore ce lo rende più sopportabile, dicono gli esperti. A questo deve la sua fortuna la serie brasiliana campione di audience su Netflix “La notte che non passerà”: una drammatica somiglianza con la tragedia di Crans-Montana
Mentre le cerimonie di addio ai ragazzi svizzeri, francesi e italiani rimasti uccisi il 1° gennaio scorso nell’incendio del locale elvetico “Le Constellation” un’ora e mezza dopo la mezzanotte a Crans-Montana (una rinomata località di villeggiatura del Canton Vallese di poco più di 10mila abitanti a 3 ore da Milano) sono terminate da poco e i feriti lottano ancora tra la vita e la morte, per i genitori di tutte le vittime è iniziata la vera tragedia, quella della consapevolezza, delle stanze vuote, delle lacrime continue, del dolore infinito e dei mille perché. Come si può morire a 15 anni (tanti ne aveva la più piccola delle 6 vittime italiane)?
Per i 40 morti, di cui la metà adolescenti, e i 116 feriti, uccisi dal mix mortale di fiamme e panico, avvelenati dai fumi di monossido di carbonio e acido cianidrico, non si sa se i proprietari del locale, Jacques Moretti e Jessica Maric, sconteranno il loro carico di colpe; sarà la giustizia ordinaria ad accertarlo, ma di certo quella umana è già all’opera per dare un senso a una festa che si è trasformata in un inferno ripreso per alcuni secondi dai cellulari di chi il pericolo non lo aveva ancora percepito.
C’è una spiegazione per questo: “non esiste la ‘dipendenza da Internet’ perché non si può misurare; i social sono diventati gli spazi dove si esprime l’identità e anche il disagio, sostituiscono le piazze e i cortili” sostiene Matteo Lancini, psicoterapeuta e presidente della Fondazione milanese Minotauro. Nel tentativo di darci degli strumenti interpretativi, l’opinione della psicologa e criminologa Roberta Bruzzone è che “ci sono immagini che fanno più paura dell’incendio stesso. A volte il cervello si difende negando. A volte si blocca. A volte si dissocia. A volte cerca un’illusione di controllo. E il telefono diventa quella illusione. Spesso è freezing, paralisi emotiva mascherata da azione. Trasforma il pericolo in contenuto. La paura in video. La realtà in qualcosa che sembra irreale. Quei secondi persi a riprendere non sono leggerezza. Sono errori cognitivi, automatismi, distorsioni percettive. Perché il problema non è il telefono, è aver disimparato ad ascoltare l’allarme interno. E quando l’allarme non suona, la tragedia entra in silenzio”.
Traumi collettivi: dalla realtà alla fiction
Che sia vero, come dicono gli esperti, che lo schermo crea una distanza, è comprovato non solo dall’aumento esponenziale dell’audience mediatica alla ricerca di informazione, ma anche dal bisogno di sublimare angoscia e paura, appellandosi alla fiction. Secondo i dati, la domanda di “disaster movie” è sempre in vertiginoso aumento in corrispondenza di catastrofi di qualsiasi genere, alimentata dall’industria del cinema e dell’audiovisivo che ampliano l’offerta di questo genere. Le gravi rotture traumatiche del normale ciclo di vita di una comunità – la definizione tecnica di “disastro” – sono state trasferite alla pellicola molte volte e con alterne fortune. Lo scoppio dello stabilimento chimico proprietà della multinazionale Union Carbide del 3 dicembre 1984 nella cittadina indiana di Bhopal è al centro di “The Railway Men”, una miniserie di 4 episodi targata Netflix. Sempre il colosso californiano ha reso disponibile “Sea Tomorrow” il docufilm del 2016 relativo al prosciugamento in Kazakistan del lago Aral, una delle peggiori catastrofi ambientali mai causate dall’uomo.
Quando la mattina dell’11 settembre 2001 un manipolo di 19 terroristi arabi dirotta 4 aerei di linea, due si schiantano sulle torri gemelle – visionario progetto dall’architetto Minoru Yamasaki – del Worl Trade Center di New York, il mondo rimane con il fiato sospeso e quei 3mila morti (e 6mila feriti) sono universalmente considerati sacrifici al dio del terrore dell’epoca contemporanea. Quell’evento così devastante è ancora molto presente nell’immaginario collettivo e diverse sono le opere filmiche che lo hanno vivisezionato. “The Looming Tower” basata sul libro del premio Pulitzer Lawrence Wright “Le Altissime Torri” (Prime video, 2018). Molte le docuserie: “9/11: un giorno in America”, “11 settembre: paura nei cieli” (Disney+, 2019); “Turning point: 9/11 e la guerra al terrorismo” (Mymovies, 2024). Sul lato oscuro del nucleare, ancora oggi argomento quanto mai ‘scottante’, “Chernobyl”, 5 puntate sull’incidente del 1986 causato dallo scoppio del reattore n. 4 della centrale nucleare dell’omonima cittadina ucraina (per HBO/Sky, 2019) e “I tre giorni dopo la fine” (Netflix, 2023) sul terremoto e conseguente maremoto all’origine dell’incidente occorso alla centrale di Fukushima a Naraha, in Giappone, avvenuto l’11 marzo 2011.
I sommersi e i salvati
“La notte che non passerà” (il titolo originale è “Todo dìa a mesma noite”, Ogni giorno la stessa notte), è apparsa in questi giorni ai primi posti delle serie più viste sulla piattaforma Netflix. Prodotta da Morena Filmes disponibile in streaming dal 25 gennaio 2023 è una miniserie in 5 episodi basata sul libro “Every Day the Same Night: The Untold Story of the Kiss Nightclub”, scritto dalla 52enne giornalista d’inchiesta brasiliana Daniela Arbex, che ha anche contribuito e seguito l’adattamento sul piccolo schermo. L’incendio del nightclub “Kiss”, avvenuto nelle prime ore del 27 gennaio 2013 a Santa Maria (oltre 261mila abitanti nello stato del Rio Grande do Sul, lo stato più meridionale della patria di Jorge Amado) ha causato 242 morti e 636 feriti per lo più studenti dell’Università che avevano organizzato la festa come raccolta fondi per le loro cerimonie di laurea.
Mari, che nel giorno del suo ventesimo compleanno voleva festeggiare con le sue amiche la sua passione per il rock con il concerto live del suo gruppo preferito, Felipinho ammaliato dalla promessa di modernità che la sua vita agreste non gli offriva; Guilherme, globetrotter appena tornato dall’Australia; Marco deciso a inseguire i suoi sogni; Grazi studente modello convinto dal suo amico Antonio a concedersi una serata di pausa. Attraverso le loro storie, si assiste alle scene che ricordano in modo impressionante la vicenda di Crans-Montana. Poco dopo la mezzanotte il leader della band alza un fuoco d’artificio, la schiuma acustica del soffitto prende fuoco, esplode lo strazio dei genitori. La ricerca di giustizia, diventata vitale, arriva solo lo scorso anno dopo alterne vicende, sconti di pena e la difficile ricerca della verità. Per il rogo del “Kiss” il proprietario Elissandro Spohr, il suo socio Mauro Hoffmann, il cantante della band Marcelo de Jesus e l’assistente della band Luciano Bonilha stanno scontando nelle carceri brasiliane dagli 11 ai 12 anni di reclusione. “La notte che non passerà” non è memorabile, la sua qualità si ritrova soprattutto nella inquietante prima puntata, una calzante e drammatica analogia con i fatti odierni. Con un tragico gioco di specchi attraverso i “disaster movie”, guardare in faccia l’orrore forse lo rende più comprensibile, benché nessuna giustizia ridarà la vita a quei ragazzi di Santa Maria così come a quelli che a Crans-Montana volevano celebrare l’arrivo del nuovo anno, che per troppi di loro non arriverà mai.