“Poteri forti (o quasi)”, di Ferruccio De Bortoli

Pubblicato il 14 maggio 2017 in , da Vitalba Paesano
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9788893442138_0_0_300_80“Poteri forti (o quasi)”, di Ferruccio De Bortoli

editore: La nave di Teseo

Collana: I Fari

pag. 319

prezzo 16,15 euro Acquista online

 

Il diario, anche autocritico, dell’ex direttore del “Corriere della Sera” e del “Sole 24 Ore”. Un libro molto atteso, oltre quarant’anni di storia del nostro Paese e del mondo vissuti da uno speciale punto di osservazione.

«Un libro che sarà un caso editoriale. Ma che è anche un viaggio è una confessione.» – Venanzio Postiglione, il Corriere della Sera

Scena e retroscena del potere in Italia, dalla finanza alla politica e alle imprese, dai media alla magistratura, con i ritratti dei protagonisti, il ricordo di tanti colleghi, episodi inediti, fatti e misfatti, incontri, segreti, battaglie condotte sempre a testa alta e personalmente: per la prima volta Ferruccio de Bortoli, un punto di riferimento assoluto nel giornalismo internazionale, racconta e si racconta. Con molte sorprese. “ I buoni giornalisti, preparati, esperti, non s’inventano su due piedi. Ci vogliono anni. Cronisti attenti che vadano a vedere i fatti con i loro occhi, non fidandosi dell’abbondanza di video, sms, tweet e post su Facebook. Che vivano le emozioni dei protagonisti, le sofferenze degli ultimi, le ragioni degli avversari e persino dei nemici. Che non siano mai sazi di verifiche, ammettano gli errori inevitabilmente frequenti, e conquistino la fiducia dei loro lettori e navigatori ogni giorno, ogni ora. Giornalisti indipendenti, con la schiena dritta, che non cedano alla comoda tentazione del conformismo. Dimostrandosi utili alla società e al loro paese non facendo mancare verità scomode e sopportando sospetti e insulti di chi non le vorrebbe sentire. È accaduto molte volte. Una classe dirigente responsabile affronta per tempo e al meglio i problemi seri che un giornalismo di qualità solleva. Certo, è scomodo, irritante. Qualche volta apparentemente dannoso. Ma quanti sono i danni di ciò che non abbiamo saputo o non abbiamo voluto vedere. Un buon giornalismo, in qualunque era tecnologica, rende più forte una comunità. Quando tace o deforma, la condanna al declino. Negli ultimi anni in Italia, salvo poche eccezioni, è successo esattamente questo.

Leggiamo in una memorabile pagina del “Corriere”: ”Ferruccio de Bortoli non lo voleva scrivere. Davvero. Gli sembrava, forse, uno strappo all’understatement di sempre. Ma l’editore Elisabetta Sgarbi sa essere insistente, e fa bene, immaginiamo le telefonate. L’ha incoraggiato Piergaetano Marchetti, il professore, qualche altro amico. «Proviamo con una raccolta di articoli…». Quando si parte, però, si parte. I pezzi già pubblicati sono soltanto alla fine, come ritratti di grandi personaggi e colleghi. Ne è nato un libro vero: Poteri forti (o quasi). Memorie di oltre quarant’anni di giornalismo (La nave di Teseo). Si legge che è un piacere. Scoperte, aneddoti, punture, ironie, rivelazioni, una critica durissima (poi vediamo a chi, ma lo sapete già), sempre su tre piani: l’autore, i giornali e, sullo sfondo, quattro decenni di storia italiana. Quando sembra un’autobiografia diventa anche un saggio, che entra nelle case popolari e poi nell’ufficio di Cuccia, racconta gli sms di un leader italiano e l’intervista tutta in salita a Putin. 

La premessa è la passione, «amiamo molto questo lavoro». Senza nascondere i difetti, «un’insopportabile autoreferenzialità e un cinismo autocompiaciuto», visto che qualcuno si percepisce ancora come il Bel Ami di Maupassant. Il punto è che «per avere buoni giornalisti, preparati, esperti, ci vogliono anni» e che le regole di una volta valgono oggi più di ieri: «Accuratezza, credibilità, serietà». Il contrario della sciatteria, il mostro che de Bortoli combatte in modo implacabile, un po’ tormentando (diciamolo) anche i suoi collaboratori. Insomma: «Giornalisti indipendenti, che non cedano mai al conformismo e che conquistino ogni giorno, ogni ora, la fiducia dei lettori». E il web? Qui l’autore vede la prateria senza fine, ma anche i rischi. I limiti. Tanti. «Un’immensa piazza di libertà, che però non crea un’opinione pubblica adulta e avvertita, ma il suo contrario: un magma di umori e sentimenti che fluttua impetuoso sui social network». Un esercito di «surfisti della realtà» oppure, anche peggio, di «sudditi digitali». Se nessuno più «seleziona la massa informe di notizie e immagini». Con il giornalismo, ecco.

Ma la chiave politica, si può dire politica, del libro è che i poteri non erano poi così forti e neppure così pressanti o incombenti. Nella stagione dell’uno vale uno, del complotto come mantra e paradigma, dell’establishment vestito da demonio, de Bortoli ci va dritto. «Il dramma è che non esistono più, ne avremmo bisogno. I poteri forti del passato avevano molti difetti e diverse colpe. Ma esprimevano, in alcuni passaggi drammatici, un senso di responsabilità nazionale, un’idea di Paese, una consapevolezza del loro ruolo». Nell’economia e nella finanza come in politica. Dove il tramonto dei partiti ha visto l’alba di «rottamatori e populisti, pifferai e incantatori».

Di qui il valore degli incontri. Con Cuccia, Agnelli, Rotelli, Bazoli o con lo stesso Draghi, «capace di coltivare una sorta di latente anti-italianità che forse ne ha favorito l’ascesa internazionale». E Renzi? La (famosa) rottura dei rapporti? L’inizio appare sorprendente: «Non escludo di aver avuto qualche colpa personale». Ma il seguito è un crepitio di scintille, che sarebbe un delitto anticipare. Così come vanno cercati gli incontri-scontri con Oriana Fallaci. O vanno scoperti gli inizi professionali di un Ferruccio de Bortoli ragazzino, che è affascinato dall’universo di Tiziano Sclavi («e anche da stringhe rosse che io non metterei neppure sotto tortura») o che ruba la foto di una coppia dopo un omicidio, con imperituri sensi di colpa che neanche a dirlo.

I ritratti, poi. La visita a Gerusalemme al cardinal Martini, forse deluso dal luogo, come per un senso di estraneità. Il sorriso di Umberto Veronesi, «un vero amante della vita, una sorta di angelo laico». L’amicizia (e le battute incrociate) di Biagi e Montanelli. Spadolini che si mette un semaforo davanti all’ufficio da direttore e lascia in attesa anche la lettera di licenziamento. Buzzati pronto a fare il lavoro che nessuno voleva prendersi, le notti, e a immaginare il mondo nuovo, sospeso tra la cronaca e la fantasia. Tobagi lì, davanti agli occhi, «sotto il lenzuolo sporco di sangue e intriso di pioggia». Come Cutuli, uccisa in Afghanistan, un dolore senza una fine, «eroi discreti della civiltà, delle democrazie». E il libro è dedicato proprio a Walter e Maria Grazia, che sono morti per il Corriere della Sera. Il nostro giornale.

Ma c’è un finale d’obbligo, per chi scrive. Il linguaggio. Senza retorica e non per omaggio all’ex direttore: è un testo che si potrebbe adottare nelle scuole di giornalismo. Per la passione e i racconti: va bene. Ma anche per lo stile: asciutto, rapido, essenziale, pochi aggettivi e niente avverbi, una mezza frase che è già un articolo. È la scelta del termine che dà l’effetto, non la ricerca dell’effetto: come piaceva a Eugenio Montale, (peraltro) redattore della Cultura in via Solferino: quella parola e proprio quella, non un’altra. Si fa finta di non saperlo, ma il linguaggio giornalistico (quando immediato e incisivo) è la forma del nostro tempo, che il web ha afferrato e in parte restituito: con i 140 caratteri di Twitter, i migliori post su Facebook, i blog di successo. Nelle Lezioni americane, scommettendo sul dio del futuro, Calvino scelse Mercurio, «il comunicatore»: insieme leggero e profondo. Le ali ai piedi e un messaggio nel cuore.”

Chi è l’autore

Ferruccio de Bortoli è nato a Milano il 20 maggio 1953. Laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Milano, è giornalista professionista dal 1975. Ha cominciato a lavorare al “Corriere della Sera” nel 1979 come cronista per poi passare alle pagine economiche. È stato caporedattore dell’“Europeo” e del “Sole 24 Ore”. Nel 1997 viene nominato direttore del “Corriere della Sera”; lo lascia nel 2003. Dal 2003 al 2005 è stato amministratore delegato di RCS Libri e presidente della casa editrice Flammarion. Dal 10 gennaio 2005 al marzo del 2009 è stato direttore responsabile del “Sole 24 Ore” e direttore editoriale del Gruppo Il Sole 24 Ore.

Dall’aprile 2009 all’aprile 2015 dirige per la seconda volta il “Corriere della Sera”. Dal 2015 è presidente della casa editrice Longanesi e dell’associazione Vidas. Collabora al “Corriere della Sera” e al “Corriere del Ticino”.