Immigrazione: la “ricetta” Trump prossima futura

Pubblicato il 16 gennaio 2017 in , da redazione grey-panthers
Mexico, November 12, 2016. REUTERS/Jose Luis Gonzalez - RTX2TE0V

L’immigrazione è un tema politico ad alto tasso di implicazioni simboliche ed emotive: non per caso è diventato un argomento di punta nelle agende dei governi, dei partiti e dei candidati. L’aspetto correlato della sorveglianza dei confini è dal canto suo uno dei simboli residui di una sovranità nazionale erosa in più punti dai processi di globalizzazione economica e finanziaria. Rendere i confini più impermeabili rispetto all’intrusione di stranieri non richiesti, soprattutto se poveri, è diventata una domanda politica pressante. Viene raccolta senza remore da imprenditori politici che si presentano all’opinione pubblica con ricette drastiche: crescita e irrigidimento dei controlli, espulsione immediata degli immigrati in condizione irregolare, netta contrapposizione tra cittadini e immigrati stranieri, chiusura sia verso l’immigrazione per lavoro sia nei confronti dei richiedenti asilo. Una tecnica antichissima come quella dell’erezione di muri di contenimento è ritornata attuale, con le stesse funzioni di secoli lontani: separare noi e gli altri, i civilizzati dai barbari, la nazione dagli stranieri che premono alle porte. Oltre ai confini esterni, sono stati inaspriti i confini interni, ossia la possibilità di accesso a determinati ambiti per gli immigrati non autorizzati: mercato del lavoro e servizi di welfare. L’emergenza terrorismo ha contribuito dal canto suo a rafforzare le paure e la richiesta di soluzioni forti. A ogni attentato corrisponde l’annuncio di maggiori controlli alle frontiere, anche se i terroristi provengono sempre o quasi dall’interno del Paese.

Il caso Trump si inquadra in questo scenario internazionale, lo ha sfruttato e ha contribuito a drammatizzarlo. La sua ricetta dichiarata è quella della chiusura rigida: muro al confine, espulsioni, nessuna clemenza per gli immigrati irregolari, abbandono dei percorsi di regolarizzazione proposti da Obama. Per valutarne la realizzabilità, bisogna tenere presenti alcuni elementi di contesto.

  • Il primo è un dato: oltre 11 milioni di immigrati irregolari soggiornanti, spesso da anni, compreso circa un milione di minorenni. Altri sono genitori di figli che essendo nati sul territorio, sono statunitensi a tutti gli effetti. Espellerli tutti comporterebbe costi e difficoltà organizzative enormi.
  •  Un secondo elemento riguarda l’effettiva novità e la prevedibile efficacia delle politiche annunciate. Il muro con il Messico esiste già su un migliaio di chilometri di confine, le espulsioni sono aumentate notevolmente sotto la presidenza Obama (da 15.000 nel 1990 a 307.000 nel 2012), le risorse economiche e organizzative investite per sorvegliare la frontiera sono già cresciute in modo sostanzioso. Già oggi il confine tra USA e Messico è il confine tra nazioni in pace più militarizzato nel mondo, la Border Patrol è il corpo armato più numeroso degli Stati Uniti dopo l’esercito, il suo budget è cresciuto dieci volte dal 1986 al 2004, il numero degli effettivi è triplicato, il numero delle ore impiegate nei pattugliamenti è cresciuto di otto volte.

Tutto questo non ha prodotto grandi risultati. Se l’immigrazione irregolare è leggermente diminuita negli ultimi anni, la lunghezza del soggiorno è aumentata: gli immigrati non autorizzati non potendo agevolmente spostarsi avanti e indietro, hanno messo le radici. Molti di coloro che sono intercettati alla frontiera ritentano anche più volte, finché non riescono a passare.

  • Il terzo elemento è il mercato del lavoro: secondo le stesse statistiche ufficiali, quasi la metà dei lavoratori impiegati nella raccolta di frutta e verdura negli Stati Uniti sono immigrati irregolari. Il lavoro domestico è considerato anche lì una specie di porto franco per le donne che non hanno documenti regolari. Se la ripresa economica si consoliderà e si tradurrà in una più robusta domanda di lavoro, le politiche di chiusura dovranno subire la pressione delle forze del mercato. Sappiamo già come è andata a finire nel passato: vince sempre il mercato. La politica più che altro può decidere se lasciare i lavoratori nell’economia informale, rinunciando a tassare i loro redditi, oppure regolarizzarli e sottoporli all’imposizione fiscale.
  • Un quarto dato da considerare è la relativa autonomia dei poteri locali (statali e municipali) nell’attuazione delle politiche migratorie. Già oggi negli Stati Uniti ci sono parecchie città che si dichiarano “città santuario” per gli immigrati irregolari, rifiutano di deportarli e assicurano loro l’accesso a servizi essenziali. Le deportazioni attuate sulla base del programma Secure Communities hanno riguardato per più della metà dei casi due soli stati, il Texas e la California. Già il sindaco De Blasio ha annunciato che non trasmetterà gli elenchi degli immigrati irregolari in possesso della città di New York.

Si possono in conclusione azzardare alcune previsioni. Anzitutto, essendo gli immigrati irregolari soggetti politicamente deboli, Trump sarà più determinato ad attuare nei loro confronti le politiche annunciate. Espellere non è facile, ma è meno arduo che trattenere le imprese che decidono di delocalizzarsi o compromettere i rapporti economici con la Cina. Sarà comunque necessario qualche adattamento realistico: il presidente eletto ha già annunciato che comincerà ad espellere gli immigrati che hanno commesso reati, già in realtà in cima alla lista anche sotto Obama. Ma è soprattutto su un terzo livello che si possono prevedere fuochi d’artificio: dato l’elevato significato simbolico delle politiche migratorie Trump promuoverà qualche iniziativa clamorosa e ad alto impatto mediatico. Per esempio, l’inaugurazione in grande stile di un nuovo tratto del muro con il Messico, o il rafforzamento della vigilanza elettronica, o l’assunzione di nuovi contingenti di guardie di confine. Magari chiamerà le telecamere a filmare la partenza degli autobus dei deportati. Se saranno genitori di bambini piccoli, l’effetto sarà ancora più convincente. Se le organizzazioni che difendono i diritti umani alzeranno la voce, Chiesa cattolica in testa, tanto meglio: Trump potrà sostenere che sta facendo sul serio. Inviare invece degli ispettori nelle aziende agricole a verificare lo status legale dei lavoratori è una scelta ben più costosa politicamente, perché tocca robusti interessi interni: si può scommettere che non accadrà spesso. Sono scene già viste anche in Italia qualche governo fa: pacchetti sicurezza e respingimenti in mare, condanne dell’ONU e dell’Alta Corte di Strasburgo. Esibizioni muscolari e retoriche, accompagnate in realtà da sanatorie di massa, allentamento dei controlli sui luoghi di lavoro ed abrogazione del visto per turismo da paesi come Albania, Serbia e Brasile. Le politiche dichiarate, in materia di immigrazione, sono quelle che davvero contano, perché arrivano sui teleschermi degli elettori. Le politiche effettive sono assai più complicate, si intrecciano con molti interessi e devono trovare un equilibrio tra istanze diverse: mercato, diritti umani, rapporti tra agenzie e poteri pubblici, relazioni internazionali, per non parlare dei costi di controlli più incisivi. Il piano su cui Trump si muoverà di più e meglio non è difficile da prevedere.

testo di Maurizio Ambrosini, professore di Sociologia delle migrazioni, Facoltà di Scienze politiche, Università degli Studi di Milano per ISPI