La nostra produzione di maggio

Pubblicato il 10 Maggio 2014 in da redazione grey-panthers

In questa puntata il racconto IL SUONATORE DI CLARINO  di Maria Grazia Faini, Camilla Forti e Angelo Pagano e DIARIO CREATIVO –

Camminava spedito. Si sentiva euforico, aveva voglia di correre, gridare a tutti la sua felicità. Mentre stava andando a casa della sua amata, sentì il cellulare squillare, lo estrasse dal taschino interno della giacca, fissò il numero, incredulo, stupito, indeciso sul da farsi. Era sua moglie.

Da quando lei lo aveva invitato, o meglio obbligato, a lasciare la loro abitazione più di un anno fa per quella storia delle monetine, non si era più fatta sentire. D’altronde nemmeno lui l’aveva più cercata, anche se gli bruciava non avere notizie dei suoi ragazzi. Finalmente era arrivato il momento di chiarire la situazione

Vicino a un cassonetto aperto ebbe un attimo di esitazione, diede nuovamente uno sguardo al cellulare che continuava a suonare poi con un gesto deciso lo lanciò nella spazzatura senza nemmeno spegnerlo. Si allontanò velocemente accompagnato dalle note della sinfonia di Liszt che si disperdevano nell’aria. L’improvvisa telefonata lo rituffò nel passato, ma finalmente era giunto il momento di dare un taglio netto alla sua vita con Filomena.

 Insieme al cellulare Roberto si era sbarazzato del suo passato. La casa lussuosa arredata con mobili antichi, la Mercedes che costava quasi come un appartamento, gli abiti firmati, e prima di tutto  lei, Filomena, la sua bella e algida moglie. A lei non solo doveva chiedere il permesso per un bacio, caso mai le rovinasse il trucco, ma doveva anche concordare i giorni per i loro incontri amorosi, che non potevano mai precedere un evento in pubblico, col rischio che lei si alzasse la mattina con le occhiaie. Tutto era meticolosamente calcolato e programmato.

Un rammarico l’aveva: Luigi, o Ginetto, come a lui piaceva chiamarlo, ed Erminia, i suoi figli rispettivamente di otto e sei anni. Anche loro non si erano più fatti vivi con lui, eppure era certo di essere stato un buon padre, anche se suo malgrado le decisioni che riguardavano i ragazzi fossero solo e unicamente di Filomena. La scelta delle scuole, delle attività per il tempo libero, degli sport, degli amici. Quando rincasava, aspettando la cena che era preparata da una cuoca, dedicava il suo tempo a giocare e a chiacchierare con loro. Avrebbe lasciato passare qualche anno, avrebbe aspettato che maturassero ancora un po’ e poi li avrebbe cercati e raccontato la sua verità, con la certezza che i figli l’avrebbero compreso. Il pensiero dei due ragazzi era una piccola nube grigia in quel giorno di euforia, ma decise almeno per il momento di accantonarlo.

Raggiunse l’abitazione di Laura col cuore che gli batteva all’impazzata e brindarono a tutto quello che di buono c’era stato tra loro, al loro incontro, al loro amore, alla loro vita insieme.

Adesso aveva un futuro cui pensare concretamente. Si sentiva fiero di sé, non si era lasciato demoralizzare dagli eventi affrontando i giorni con ottimismo. Doveva innanzi tutto affidarsi a un avvocato. Ora se lo poteva permettere. Ne avrebbe cercato uno estraneo all’ambiente della moglie. Lei si sarebbe meravigliata e risentita nel ricevere una convocazione da un avvocato non di sua conoscenza, soprattutto dopo la telefonata alla quale non aveva risposto.

Il matrimonio con Filomena era stato un errore fin dall‘inizio. Un errore era stato anche l’accettare tutto quello che proveniva dalla famiglia di lei. L’appartamento, per esempio, molto al di sopra delle sue possibilità, era il regalo di nozze dei suoceri e lui aveva insistito perché rimanesse intestato solo alla moglie. Non l’aveva mai sentito suo, e negli ultimi tempi Filomena non esitava a ripetergli che quella era casa sua, e che grazie alla sua dote e ai suoi guadagni potevano permettersi la vita lussuosa che conducevano.  Dopo tutto Roberto quella vita non la sentiva sua. Troppo lusso, troppi sprechi, troppe apparenze.

Venivano da due mondi diversi. Il padre di Roberto era un operaio, lavorava presso un oleificio a Minturno, aveva fatto solo la quinta elementare, e sua madre s’industriava nei periodi estivi a fare le pulizie nelle case dei villeggianti. Roberto era il loro unico figlio, con sacrifici e rinunce erano riusciti a farlo studiare. Dopo il diploma aveva trovato impiego in una ditta a Napoli. I genitori ne erano orgogliosi, ma quando si era fidanzato con Filomena gli avevano esternato i loro dubbi.

– Troppe divergenze sociali, quando la fiamma dell’amore si spegnerà tutte le differenze salteranno fuori – gli dicevano spesso. Ma lui, come tutti gli innamorati, non dava loro ascolto.

– Le differenze sociali non contano più come una volta, andrà tutto bene – rispondeva.

Filomena proveniva da una famiglia agiata della buona borghesia lombarda. Si era laureata in medicina e ora prestava la sua opera presso uno studio privato di cui era anche socia.

Il loro alto tenore di vita era possibile grazie ai guadagni di lei, non certo per lo stipendio di semplice impiegato di lui che poco prima del matrimonio si era trasferito a Milano, trovando impiego in una piccola multinazionale.

Si erano incontrati a Palinuro dove entrambi trascorrevano le vacanze estive. Le immagini del loro primo incontro erano ancora vive nella sua mente.

Aveva raggiunto una piattaforma non lontana dalla spiaggia. Lo sguardo perso verso la riva fu all’improvviso catturato da una ragazza che, tuffatasi con eleganza, si dirigeva verso di lui. Indossava un bikini così ridotto che le scivolò via mentre con un colpo di reni usciva dall’acqua per sedersi sulla piattaforma. Roberto con un guizzo si tuffò per recuperare quel piccolo triangolo, e, nel porgerlo alla ragazza, si meravigliò nel notare in lei un’assenza totale di pudore, anzi, lei si mise a ridere buttando indietro la testa e facendo ondeggiare una massa castana di capelli.

Quella schietta risata l’avrebbe intrappolato.

Filomena, così si chiamava la ragazza, aveva un fisico dal quale si faceva fatica a staccare gli occhi. Era perfetta: le lunghe gambe affusolate, il ventre piatto, il seno proporzionato ma ancora acerbo e una pelle morbida e liscia, dorata dal sole. Il viso dall’ovale perfetto, circondato dai lunghi capelli castani, gli occhi, anch’essi scuri, erano socchiusi per difendersi dalla luce accecante del sole. C’era però qualche cosa che rompeva l’armonia di quella perfezione: erano le labbra, sottili, troppo sottili. Le davano un aspetto duro, severo, in contrasto col suo corpo morbido e sinuoso.

Roberto era un bel ragazzo, alto, muscoloso, con due profondi occhi scuri,  buoni e sinceri.

Era evidente che lei cercava di attirare l’attenzione dei ragazzi.  Roberto scommise con se stesso che entro sera quella ragazza boriosa sarebbe stata sua, come un trofeo di caccia. Per lui era un vanto farsi vedere in giro con una tale bellezza, e per di più colta, laureata. Il problema era che si stava innamorando. Per Filomena lui era un bel ragazzo, sempre disponibile e pronto a soddisfare i suoi capricci. Lui credeva di essere il “cacciatore”, ma ben presto si accorse di essere la preda.

Tra i due era lei che prendeva le decisioni. Roberto l’assecondava felice di vederla sorridere e gioire. Era accecato dall’amore, ma la totale dedizione che Roberto aveva nei confronti della sua amata aveva un significato ben diverso per Filomena: lei aveva capito di aver trovato uno che le avrebbe permesso di fare la vita che voleva e soddisfare tutti i suoi capricci. Anche la nascita dei figli era stata accuratamente programmata. Nulla nella vita di Filomena avveniva se non per precisi schemi. Ben presto Roberto si accorse che lui era solo una facciata di comodo. Lei prendeva tutte le decisioni, senza nemmeno chiedere il suo parere. Non c’erano mai discussioni. Lei decideva e basta.

Poi la situazione precipitò. La multinazionale per cui lui lavorava, travolta dalla crisi finanziaria globale, decise improvvisamente di chiudere la sede italiana. Licenziamento in tronco per tutti gli impiegati. Nel giro di un mese Roberto si trovò disoccupato con poche migliaia di euro di liquidazione.

Di confidarsi con la moglie neanche a parlarne. Non avrebbe potuto reggere la mancanza di comprensione, gli sguardi sprezzanti, le gelide battute. Continuò a uscire tutte le mattine come al solito in giacca e cravatta e ventiquattro ore in mano.

I primi tempi rispose a qualche annuncio di lavoro, arrivò ad avere anche qualche colloquio, ma senza seguito. Capì di essere l’uomo sbagliato nel periodo sbagliato e presto smise anche di comprare il quotidiano e di scorrere le offerte di lavoro.

Così trascorse l’inverno, il più freddo della sua vita. A scaldarlo non c’erano neppure le poche chiacchiere scambiate con i colleghi. Ridusse anche il tempo passato con i suoi figli, perché si sentiva a disagio e in colpa nei loro confronti. Trascorse ore di solitudine, trascinandosi da un bar all’altro per tirare sera. Si sedeva a un tavolo, beveva l’ennesimo caffè della giornata, senza osare alzare gli occhi, le spalle sempre più incurvate, temendo che gli altri clienti potessero intuire la sua vergogna. Allora cominciò a fare lunghe passeggiate in periferia, scartando rigorosamente il centro, dove avrebbe potuto incontrare amici di sua moglie, ai quali sarebbe stato difficile spiegare la ragione di quelle camminate solitarie e disperate.

Quando ormai aveva toccato il fondo, si ricordò del clarino. Era stata la sua passione giovanile. L’amore per la musica l’aveva nel sangue. Suo padre aveva suonato la tromba la domenica nella banda del paese e lui aveva cominciato a seguirlo, strimpellando il clarino che era appartenuto al nonno. Il professore di musica delle medie, colpito dal suo talento, aveva preso a incoraggiarlo. Finita la scuola, il pomeriggio Roberto andava dal professor Pedretti: scale, solfeggi, accordi, suonate. Erano ore di studio e di pura felicità. Aveva continuato per alcuni anni, poi gli studi erano diventati più impegnativi e fu costretto a rinunciare. Il lavoro a Napoli, poi il trasferimento a Milano e il matrimonio  trasformarono la sua passione in un ricordo lontano.

Forse ora era venuto il momento di ricominciare. Riuscì a ritrovare il vecchio clarino nel fondo di una valigia, che stranamente Filomena non aveva buttato via, come tutto ciò che era appartenuto alla sua vita precedente. Furtivamente lo trasferì nella sua ventiquattro ore. Quella mattina impacciato e un po’ intimorito provò a suonarlo seduto su una panchina dei giardinetti di viale Monza. Le dita dapprima incerte divennero in poco tempo agili e leggere, mentre il fiato gonfiava le sue guance ed entrava potente nel bocchino dell’antico strumento. La sua emozione fu simile a quella del viandante che dopo anni di peregrinazioni torna alla casa paterna.

Il giorno dopo pioveva, perciò si trasferì a suonare nel mezzanino della metropolitana. Le note dolci e melanconiche si diffusero nell’aria e qualcuno lasciò cadere delle monetine nel berretto appoggiato sopra alla cartella. Al primo tintinnio provò una grande vergogna, chiuse gli occhi e irrigidì le dita. Ma si fece forza e continuò. Dallo strumento uscivano note struggenti e disperate, mentre il copricapo si riempiva dell’obolo dei passanti. Rimase lì fino a sera.

Quando tornò a casa ancora con il cappotto indosso e il clarino in mano, decise che era venuto il momento di affrontare sua moglie. Entrò risoluto in salotto dove lei sorseggiava un aperitivo. Le buttò addosso quelle monete che gli bruciavano in mano. Fu un gesto liberatorio che gli consentì di urlare la sua verità.

– Da mesi sono disoccupato, ma non ho osato dirtelo! – gridò afferrandola per il suo prezioso golfino di cachemire – Questi sono i miei guadagni di suonatore di strada – aggiunse, rovesciandole addosso le ultime monete.

Poi le spiegò l’accaduto, senza nasconderle niente: dal licenziamento agli ultimi mesi di bugie, solitudine e disperazione, fino all’ultima giornata passata a suonare il clarino sugli scalini della metropolitana.

Era troppo per la bella Filomena che già a suo tempo aveva dovuto accontentarsi di un semplice impiegato per essere sicura di essere lei a comandare in famiglia. Ma un disoccupato, un musicante da strapazzo, per giunta violento e bugiardo, questo no, questo mai. Non provò neanche pena. Neanche per un momento pensò che era il padre dei suoi figli. Gli lanciò un’occhiata carica di odio e di disprezzo e, indicandogli l’uscita con l’indice della mano destra, gli ingiunse di lasciare immediatamente la sua casa.

Quando chiuse dietro di sé la pesante porta blindata, Roberto non provò né vergogna né ira. Si sentì liberato. Liberato dagli ultimi mesi di finzioni, da anni di umiliazioni e da una moglie che forse non lo aveva mai amato.

Tuttavia passati i primi momenti di leggerezza, sentì piombargli addosso con la violenza di un’improvvisa frustata tutta la stanchezza degli ultimi mesi, a cui si aggiungeva l’ansia per la precarietà totale in cui si trovava. Era libero sì, ma solo, senza una casa, né un letto dove passare la notte. Improvvisamente si rese conto di non avere amici, o per lo meno di avere creduto, o fatto finta di credere, che gli amici di sua moglie fossero anche i suoi. Nessuno sarebbe stato disposto ad aiutarlo in quella situazione.

Solo allora si ricordò di Martino, suo amico sin dai tempi del liceo e suo testimone di nozze. Anche lui si era trasferito per lavoro a Milano, ma in quegli anni aveva perso le sue tracce. Perché non lo aveva mai cercato? Perché lo aveva cancellato dalla sua vita? Farlo adesso poteva sembrare dettato soltanto da opportunismo, ma non aveva scelta. Era l’unica persona che in quel momento aveva voglia di vedere e anche lui sicuramente avrebbe capito. Sul suo cellulare era rimasto ancora memorizzato il numero di telefono del vecchio amico. Si fece coraggio e digitò il suo nome.

– Ciao, sono Roberto. Sono solo… non so dove andare… ho pensato a te – sussurrò aggrappato al suo cellulare come il naufrago alla zattera.

– Telefoni al momento giusto. Sto per buttare gli spaghetti, ne aggiungo un etto e mezzo anche per te.

Roberto lo raggiunse nell’appartamentino che l’amico abitava da solo vicino a Brera. Passarono tutta la notte a parlare. Martino da uomo pratico e risoluto quale era sempre stato, lasciò poco spazio agli inutili rimpianti e lo aiutò a prendere alcune decisioni fondamentali. Roberto avrebbe potuto abitare da lui, finché non avesse potuto permettersi un’altra sistemazione. Si sarebbe iscritto al Conservatorio per coltivare adeguatamente la sua passione musicale e ottenere un diploma che in futuro gli avrebbe potuto permettere di lavorare in quel campo.

Al Conservatorio Roberto fu ammesso all’ultimo anno. I pomeriggi passati dal professor Pedretti non erano stati inutili. Frequentò le lezioni con passione e assiduità. Trascorrere le giornate in un ambiente di persone amanti della musica fu per lui come una boccata d’aria per un carcerato. Furono mesi di euforia e di rigenerazione, in cui non ebbe quasi il tempo di pensare al passato. Gli pesava solo la lontananza dei figli, ma non era ancora il momento per tentare un riavvicinamento.

Qualche volta la sera andava con un gruppetto di amici del Conservatorio a suonare in un locale sui Navigli. Guadagnava qualcosa, trascorreva serate piacevoli e interessanti, conosceva persone nuove. Il tempo della sua nuova vita scorreva veloce.

La notte della vigilia dell’esame Roberto non riusciva a prendere sonno. Navigava negli immensi oceani della mente alla ricerca di registri, suoni, che potessero dare vivacità al brano che aveva preparato per l’esame finale del Conservatorio. La passione che nutriva per la musica e per il clarino doveva esprimersi nel migliore dei modi. Negli ultimi mesi di studio si era accorto che poteva passare da un’espressione malinconica alla più fresca vivacità di una frase musicale e questo lo aveva profondamente immerso nella ricerca di particolari tonalità. C’era qualche cosa in lui che gli permetteva di trascendere il sensibile per vivere nella totale estasi della musica. E poi c’era lei, Laura. Si erano conosciuti durante una serata nel locale sui Navigli dove lui suonava saltuariamente. Una sera alla fine dello spettacolo seduti l’uno davanti all’altra nel ristorante del locale, lui aveva visto brillare gli occhi di lei come diamanti. Poi aveva sentito rinnovarsi dentro di sé quell’istante infinito, quell’eco proveniente dalle profondità del cuore e sfiorandole le ciocche ramate con le dita aveva sussurrato – Attimi interminabili… ti confesso che vorrei sentire il tuo respiro per sempre.                                                                                     

Il pomeriggio prima dell’esame si erano incontrati nel parco adiacente al Conservatorio per riordinare insieme gli spartiti. La primavera era ormai alle porte con la sua sconfinata luce cristallina che permetteva di distinguere i dettagli con accuratezza. Il giardino era ricoperto dalle prime gemme rosa e bianche: sembravano note distribuite sul pentagramma musicale delle stagioni.  Lei era arrivata nel parco correndo e lui aveva ascoltato la sua voce: erano state parole gioiose come se fossero state suggerite da uno speciale strumento musicale. Lo sguardo di lui, che fino a pochi minuti prima si era perso nelle decine e centinaia di note degli spartiti, ora accarezzava l’iride di lei. Lui le si avvicinò, le sfiorò le mani e poi sussurrò – Tu e io… per sempre.

Adesso era seduto sul letto e leggeva e rileggeva i brani che doveva interpretare il mattino seguente.   Poi nel fascio di luce della lampada, posizionata in bilico sul comodino, rivide quando per la prima volta aveva debuttato nella banda del paese. Aveva iniziato così a dieci anni con il clarino che gli aveva regalato suo padre. All’inizio un po’ incerto, aveva poi capito che sarebbe stato lo strumento che l’avrebbe accompagnato per la vita…

Immerso nei lontani ricordi accatastati nella memoria, tra la veglia e il sonno, era in attesa che il giorno superasse la notte.

La mattina successiva durante l’esame elaborò i temi assegnati dal programma ministeriale con grazia e sicurezza e poi, a scelta del candidato, un estratto dal Requiem e dal Flauto Magico di Mozart. Laura seduta nella prima fila nell’Aula Magna del Conservatorio rimase di stucco e incapace di pensare ad altro. D’improvviso capì di avere preso la sua decisione.  Erano bastate quelle superbe note a farle apparire la vita futura dedicata completamente a lui.

– Attimi interminabili, frammenti di vita che non hanno un perché. In fondo per quale motivo non affidarci alla magia e alla forza della musica per scrivere il nostro romanzo d’amore? Gli sussurrò lei avvicinandosi quando Roberto concluse l’esame.

– Perché perdere tempo a distinguere i fatti della vita ordinaria dai sogni? – rispose lui stringendola a sé.

– Hai ragione, non c’è differenza, tutto diventa armonia come nella musica.

– Ti ho detto che il Prof. Spinelli mi ha assegnato un ruolo da solista nell’orchestra del Conservatorio?

– Sono felice, vedrai, vedrai, sarà il tuo trampolino di lancio, sei sorprendente, sei il poeta del clarino.

 Erano passati sei mesi ed era arrivato il giorno più atteso. Il debutto nel teatro più famoso del mondo. Con i capelli scompigliati, il completo nero e le scarpe lucide era in procinto di superare le quinte per raggiungere la propria postazione sul palco del Teatro alla Scala. Bisognava essere pazzi per salire su questo palco, ripeteva tra sé. Pensò che si stava muovendo su binari dorati: avanzava lentamente, ma con passi decisi. Il brusio del pubblico e le luci che lo investivano lo accompagnavano verso il futuro, verso un diverso sentire, verso una nuova vita artistica. Serrò gli occhi per tentare di superare la coltre luminosa, ma i potenti fasci di luce bianca lo indussero a barcollare; poi si riprese e proseguì. Era certo della presenza di Laura nelle prime file e questo lo inorgogliva, ma c’era sempre una nube grigia che oscurava i suoi pensieri: dov’erano i suoi figli? Dov’erano Ginetto ed Erminia? Poi pensò alla sua prima esibizione con suo padre e all’ultima prova del concerto eseguita nell’Auditorium del Conservatorio. Sospeso nel limbo dei ricordi per un tempo che non riusciva a definire, approdò alla realtà con le mani  che  avevano smesso  di  trasudare. L’ex ragazzo di Minturno era li’ di fronte al mondo,

Ancora silenzio. Poi vide il braccio alzato del Prof. Spinelli e così le dita iniziarono a dare vita alle note immobili dello spartito e si rese conto che, mentre pronunciava il tema del primo movimento, quei segni erano diventati parole di un racconto del quale lui e il suo clarino conoscevano l’inizio e la fine. Riprese il tema principale e in un lampo ricordò le parole dell’anziano artigiano di Salerno che gli aveva svelato il segreto del clarino. Ci vogliono due pezzi di legno, ma non di legno comune, due pezzi di ebano, perché è difficile trovare un pezzo unico senza che vi siano venature. I due pezzi vengono torniti e scavati, quindi tagli un pezzo lungo un Si bemolle.   Ora i polpastrelli di Roberto tappavano, sia i buchi armonici del Si bemolle, sia quelli centrali, sia quelli laterali delle alterazioni. Lui era il clarino e il clarino era lui, entrambi alla ricerca di una nuova identità. Avvolto nella luce sprigionata dal cuore, Roberto introdusse i toni rarefatti del secondo movimento per avviarsi poi nella bellissima melodia del terzo movimento e concludere con il rondo’ il suo primo concerto da solista con passaggi spiritosi e vivaci.

Poi gli applausi scroscianti, e ancora un’infinità di applausi. 

– Ascoltatemi – sembrava dicesse mentre s’inchinava emozionato  – Sono…sono…ciò che desideravo essere, il sogno si sta realizzando. Adesso inizia il tempo della musica del cuore.

Le infinite strette di mano del pubblico che si era avvicinato alle quinte lo inorgoglivano e Laura che stringendolo a sé gli impediva di riporre il clarino nella custodia gli sussurrò – E’ stato un tripudio! Tutti parlano di te! Ma da dove viene? E’ una meteora che sta attraversando l’universo?

– I critici cosa dicono?

– Dicono che Mozart ha scritto il concerto K22 non solo per il clarinettista austriaco Anton Staler, virtuoso dello strumento dell’epoca, ma anche pensando ai posteri e… in particolare al ragazzo di Minturno. E ancora – Come ha potuto ottenere note così lievi e vellutate, così intime, così gioiose e drammatiche? E’ un genio!

Roberto era proiettato nella sfolgorante visione copernicana: lui al centro di un universo poco conosciuto e attorno a sé ruotava il pubblico che lo acclamava, i colleghi musicisti che si complimentavano e i critici in attesa di poterlo intervistare. Si alzò poi in punta di piedi per vedere se oltre l’orizzonte visibile c’erano le stelle più luminose del sistema solare: i suoi due figli. Quel giorno Erminia avrebbe compiuto sei anni. – Chissà quando potrò abbracciare Erminia, il mio piccolo grande amore – sussurrò a Laura mentre il sipario si stava chiudendo.

La sera successiva Filomena, dopo aver parcheggiato la Mercedes nello smisurato box, era salita all’attico con l’ascensore riservato, accedendo direttamente nell’ampio salone. Solitamente ruotava lo sguardo per verificare se tutti gli oggetti fossero a posto, ma quella sera la stanza le appariva senza contorni, priva di ogni solido riferimento. Sin dal mattino, nel suo studio, era stata avvolta da uno strano torpore e ora dei pesanti vapori le ovattavano la mente. Desiderosa di recuperare tutti i sensi e la propria determinazione, si stese sul morbido divano di velluto e si accese una sigaretta. Poi, mentre guardava di striscio le fotografie dei figli appoggiate sul tavolino di radica, due squilli inaspettati del campanello della porta la destarono dallo strano assopimento. – Marco che ci fai qui a quest’ora! Ti aspettavo per le otto! Potevi avvisarmi!
– Scusami ma…ma c’è una notizia inattesa e straordinaria. Non hai saputo? Non hai letto il giornale oggi?

– Oggi è stato un disastro. Non ho avuto un attimo di respiro, non sono uscita dallo studio neanche per mangiare un panino. Ma che c’è? Che hai?

L’amico di Filomena era rimasto sull’uscio immobile, incapace di proseguire. – Dimmi, perché non parli! – strillò lei. D’improvviso gli occhi della donna fissarono il titolo sulla prima pagina del Corriere della Sera. Si alzò e pietrificata davanti allo specchio dell’anticamera ossservò il volto allungato color ghiaccio, il gioco delle ombre disegnate sul viso dalle prime rughe, le labbra serrate e sottili. Strappò dalle mani dell’uomo il giornale, lesse le prime righe dell’articolo dedicato a Roberto e poi, attingendo alle parole di un vocabolario arrugginito da tempo – Cristo, ma non è possibile, quell’inetto, quel buono a nulla, quell’individuo senza spina dorsale! Marco, non stare lì impalato, dì qualcosa! – Completò la lettura dell’articolo e, gettando con tutta la forza residua il giornale sul pavimento, gridò – Marco, vai, vai via, voglio restare sola!   Sprofondò di nuovo nel divano e serrò gli occhi esausta.

Poi mentre sorseggiava il suo brandy preferito, iniziò a tratteggiare il piano per recuperare Roberto: suo marito sarebbe diventato famoso e lei non poteva lasciarselo sfuggire. Le sue quotazioni nella Milano che conta sarebbero aumentate e il suo prestigio di medico ne avrebbe giovato immensamente. Doveva elaborare un’efficace strategia di recupero.  L’avrebbe chiamato il giorno dopo offrendogli un incontro con i figli; poi avrebbe liquidato Marco, suo attuale compagno, con una breve telefonata senza alcun rimpianto.