Il diesel muove tutta l’economia; e alimenta il dibattito, tra le guerre

Se ci fosse una mancanza di diesel, i costi di quasi tutte le materie prime e delle attività industriali aumenterebbero. Gli Stati Uniti sono diventati il maggior produttore di petrolio leggero. Chi produce petrolio pesante? Prima di tutto il Venezuela, poi la Russia e la Nigeria…

Nel 2023 in questa rubrica, nell’articolo intitolato “Il diavolo è nel diesel” si spiegava che il diesel non serve solo per le auto, ma è la linfa di tutta l’Economia. L’agricoltura e l’allevamento degli animali, le miniere, i pozzi di petrolio, le navi, i treni e i camion – e non soltanto – utilizzano il diesel. Il professor Vaclav Smil, un ambientalista ceco naturalizzato canadese, docente emerito presso la Facoltà di Scienze ambientali dell’Università di Manitoba a Winnipeg, ha scritto una serie di libri molto interessanti (ad esempio “Come funziona davvero il mondo. Energia, cibo, ambiente, materie prime: le risposte della scienza”, pubblicato da Einaudi nel 2022) in cui ci fa vedere – tra l’altro – quanto diesel serve per produrre, ad esempio, la carne di pollo (per 1 kg di pollo occorrono da 150 a 750 ml di Gasolio). Sono interessanti i dati che riguardano il pane: nel 1801 servivano 150 ore di lavoro umano + 70 ore di lavoro dei buoi per coltivare a grano un ettaro di terra; nel 1901 servivano 22 ore di lavoro umano e 37 di lavoro dei cavalli per ettaro; oggi servono meno di due ore di lavoro umano per ettaro. Ma per produrre un chilo di pane occorrono 210 g di gasolio.

Se ci fosse una mancanza di diesel, i costi di quasi tutte le materie prime e delle attività industriali aumenterebbero. Aumenterebbero anche i costi dei trasporti, rendendo molto meno favorevole comprare i prodotti che servono all’altro capo del mondo, come si fa adesso. Almeno per ora, le alternative che si è in grado di proporre non sono in grado di sostituire i combustibili fossili, anche se molti si illudono di poterlo fare, in tempi brevi e senza dover diminuire il benessere.

Il diesel si ricava dal petrolio, ma il petrolio non è tutto uguale: è una miscela di idrocarburi, anche molto diversi tra loro. Le caratteristiche dipendono dal giacimento.

 

Una delle caratteristiche più importanti da considerare è la densità. La figura qui sopra mostra la differenza tra diversi tipi di petrolio, il più leggero a sinistra (quasi incolore), il più pesante a sinistra (nero, praticamente solido). Per produrre il diesel, il petrolio più leggero non basta. Il petrolio più leggero va bene per distillare benzina, ma deve essere miscelato con petrolio pesante se si vuole ottenere il diesel.

Oggi gli Stati Uniti sono i primi produttori di petrolio al mondo, ma se si va a vedere che tipo di petrolio producono, si possono capire (forse) alcune cose interessanti. Nella figura qui sotto si vede come è variata nel tempo, al partire dai primi anni del 1900, la produzione di petrolio negli Stati Uniti.

 

 

I colori danno un’idea della densità del petrolio prodotto. In azzurro c’è l’andamento della produzione di petrolio convenzionale, che ha avuto un massimo intorno al 1970, poi è andata diminuendo. Intorno al 2000, è iniziata la produzione di petrolio leggero (Shale oil), indicato in giallo nel grafico. La produzione di Shale oil è aumentata molto dopo il 2015 circa, in seguito a una serie di miglioramenti tecnologici nella tecnica di perforazione. Negli ultimi anni, gli Stati Uniti sono diventati il maggior produttore di petrolio al mondo, superando Arabia Saudita e Russia. Ma più della metà della produzione è di petrolio leggero (parte in giallo). Quindi gli Stati Uniti, nonostante siano i maggiori produttori al mondo, per produrre il diesel devono importare petrolio pesante. E chi produce petrolio pesante? Prima di tutto il Venezuela, poi anche molti altri, per esempio la Russia e la Nigeria. Questi nomi dicono qualcosa? Per capire come interpretare certe azioni di Trump, forse occorre tener presente anche queste argomentazioni tecniche.

Si provi a rileggere questo articolo del 2022 che è comparso nel blog del geologo statunitense Arthur Berman. La chiusa dell’articolo dice testualmente: “Dovremmo capire dalla guerra in Ucraina che la cooperazione nel campo dell’energia è molto più importante delle dispute territoriali o ideologiche”. Si tenga presente che l’energia può essere una chiave, o una delle chiavi, per capire meglio certi comportamenti apparentemente poco razionali. E occorre tenerne conto.

E’ assolutamente necessario evitare i conflitti, che sono proposti da molti come l’unica soluzione. Anche se non si volesse tenere conto degli aspetti etici, va ricordato che i conflitti sono un enorme spreco di risorse, un enorme aumento di inquinamento, e non risolvono nessun problema (neppure, cinicamente, quello della sovrappopolazione). Ma ci sono altre cose che si potrebbero prendere in considerazione.

Anziché puntare su urbanizzazione senza limiti, trasporto di merci e di persone su lunga distanza, abuso dei combustibili fossili e aumento continuo del consumo di energia, bisogna imparare a collaborare, risparmiare le risorse e in particolare l’energia – ricordando che consumare meno energia aiuterebbe anche ad allontanare il pericolo di cambiamento climatico. C’è molto spazio per approfondire, fare ricerca e inventare strategie nuove: uno dei privilegi che oggi si stanno diffondendo in tutto il mondo, è la possibilità di studiare.

Ancora: anziché favorire la crescita delle grandi città, è necessario valorizzare le comunità più piccole e più rispettose della natura. La produzione di beni, soprattutto quelli che non richiedono grandi investimenti e grandi abilità, dovrebbe essere diffusa e non concentrata in poche regioni; l’acquisto di questi beni dovrebbe essere fatto in modo da evitare i trasporti su lunga distanza. Uno degli argomenti più critici è l’agricoltura. Se si ha molto diesel a disposizione, si è in grado di produrre grandi quantità di cibo a poco prezzo, con poco lavoro umano. Ma se il diesel fosse meno facile da ottenere, o aumentasse di prezzo, sarebbe inevitabile cercare di consumare meno. Si devono esaminare tutti gli aspetti delle attività agricole con l’obiettivo di evitare gli sprechi inutili. Si potrebbe per esempio fare tesoro dell’esperienza dei nostri nonni, mettendola insieme ai miglioramenti tecnologici che sono possibili con le conoscenze di oggi. Si deve lavorare partendo dal “basso”: capire che la cooperazione è molto più importante delle dispute territoriali o ideologiche. Tutto questo potrebbe essere meno difficile in una piccola città, di dimensioni circoscritte, che abbia un buon rapporto con il suo territorio. E si devono usare tutti gli strumenti moderni, prima di tutto le tecnologie del digitale. Qualcuno vuole partecipare a questo dibattito?

Giovanna Gabetta:
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