Crescita verde: è possibile che l’economia migliori in modo sostenibile?

Pubblicato il 11 Novembre 2020 in , da Giovanna Gabetta

Il rapporto “Decoupling Debunked” (si può scaricare dal sito), pubblicato da EEB (European Environmental Bureau) ha un titolo enigmatico: “Disaccoppiamento Smascherato. Prove e argomenti contro la crescita verde quale unica strategia per la sostenibilità”. Il rapporto è molto critico verso il concetto stesso di “Crescita verde”, perché sostiene che non si può ottenere la crescita economica senza un corrispondente aumento del consumo di energia (e dei problemi ambientali). Per affermare che la cosiddetta “crescita sostenibile” non è realistica, si basa su sette punti:

Punto 1: Le spese per l’energia sono destinate ad aumentare. Normalmente si estraggono per prime le risorse più facili da raggiungere e più economiche, col tempo rimangono disponibili solo quelle a costo più elevato, che sono anche più dispendiose in termini ambientali. Si è già affrontato l’argomento con il concetto di EROI – Energy Return Over Invested.

Punto 2: Effetto Rimbalzo. Spesso i miglioramenti in termini di efficienza fanno aumentare i consumi. Ad esempio, se si ha a disposizione un’automobile più efficiente, la si usa più spesso, oppure il denaro risparmiato viene utilizzato per fare un viaggio in aereo.

Punto 3:  Spostamento dei problemi. Trovare la soluzione di un problema ambientale può crearne uno nuovo. Ad esempio, per le automobili elettriche servono litio, rame e cobalto. La produzione di combustibili bio può essere in competizione con la produzione di cibo. Le centrali nucleari pongono problemi di sicurezza e di smaltimento dei rifiuti prodotti.

Punto 4: Economia dei servizi. Da una parte, l’economia dei servizi può esistere solo se è “mantenuta” dall’economia materiale, non può sostituirla. Dall’altra, anche i servizi hanno un costo ambientale significativo che spesso si somma a quello della produzione di beni.

Punto 5: Riciclo. Le percentuali di riciclo per ora sono basse e aumentano lentamente. Questi processi richiedono comunque un consumo significativo di energia e di materiali vergini. Ancora più importante, i materiali riciclati per ora non sono sufficienti per supportare una economia materiale in espansione.

Punto 6: Innovazione. L’innovazione tecnologica per ora è non è sufficiente, e non è abbastanza veloce.

Punto 7: Spostamento dei costi. In molti casi, i Paesi che consumano molto si sono limitati a spostare la produzione di beni e l’inquinamento nei Paesi a basso consumo, utilizzando a questo scopo il commercio internazionale. Se si analizzano i consumi (e non solo la produzione) dal punto di vista dell’impatto ambientale, si vede come molti dei miglioramenti che si registrano nei Paesi ricchi siano solo apparenti.

Ovviamente, tutto questo non deve essere una spinta a rinunciare ai tentativi di contrastare i problemi ambientali! Ma un suggerimento a prendere con cautela le affermazioni dei politici sulla crescita verde. Spesso queste affermazioni derivano dalla necessità di non scontentare l’opinione pubblica e gli elettori, e sono basate sul principio, non corretto, che si possa evitare di ridurre la produzione e il consumo di beni. Cosa si può fare? Secondo gli autori di “Decoupling Debunked” esiste una via di uscita, che si chiama “sufficiency”. La traduzione in italiano non è immediata, ma il quadro assomiglia molto alla cosiddetta “decrescita felice”. Sufficiency infatti significa diminuire la produzione e il consumo di beni almeno nei settori dove può essere più utile. La decrescita felice è un movimento che è già abbastanza diffuso, ma sembra limitato ad alcuni ambiti: piccoli centri, che in realtà sono immersi nella società “organizzata” e usufruiscono di molti servizi. Possono quindi permettersi di scegliere uno stile di vita diverso. Cosa potrebbe accadere se tutti volessero contemporaneamente abbracciare questo stile di vita? Rinunciare ai combustibili fossili “non è un pranzo di gala”. Piuttosto che sulla crescita – che per quanto “verde” non è realistica -, ci si dovrebbe concentrare  sulla diminuzione dei consumi, cercando di mantenere un certo livello di benessere. A questo scopo, i sistemi di tassazione dovrebbero cambiare, e in molti casi anche la destinazione dei contributi pubblici.

Ci si può riuscire? Gail Tverberg nel suo blog “Our Finite World” fa delle previsioni poco ottimistiche. Secondo lei sta per iniziare un lungo periodo di problemi economici e di proteste sociali. Attualmente il prezzo dei combustibili fossili è più basso di quello che si spende per produrli, ci saranno grossi problemi prima di tutto per le aziende energetiche, e poi nell’economia mondiale. Corriamo il rischio di dover affrontare conflitti, altre pandemie, fallimenti, disoccupazione. Sicuramente c’è un problema, come ad esempio per la produzione di cibo e di vestiario, settori dove i prezzi bassi sono sostenuti dalla disponibilità di energia. Il problema più grosso deriva dalla difficoltà di agire su ogni aspetto in modo separato. Se per esempio si smettesse di coltivare i campi in modo intensivo e con macchinari potenti, la resa diminuirebbe e i prezzi degli alimentari salirebbero. Questo sarebbe un grosso problema soprattutto nei Paesi poveri. Se per evitare sprechi decidessimo di non comperare vestiti per un po’ di mesi, tutta l’economia dei Paesi che producono vestiario ne soffrirebbe: e si tratta di Paesi poveri in cui la gente si ritroverebbe realmente sul lastrico. Ci sono molti paradossi nell’economia globale, e non si possono eliminare con un colpo di bacchetta magica.

 

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