Sembrano mancare le parole per descrivere l’orrore della nostra situazione attuale. Pensate: Natale senza poter fare nulla. Nulla pare significhi senza spese per scambiarci regali spesso inutili, senza viaggi e code per faticose vacanze sulla neve, senza cene e cenoni per arrotondarsi rimpinzandosi, senza veglioni movimentati per arrivare a mezzanotte e oltre, spesso con una palpebra mezza chiusa e l’altra sospesa al rimmel che la incolla al sopracciglio. Dunque il movimento convulso collegato all’apparato di una liturgia materiale sarebbe forse tutto?
Grey Panthers a noi!
Appello vagamente nostalgico, certo, ma nostalgia di rapporti umani meno precari e strumentali, stavo per dire commerciali, degli attuali. Ci si lamenta molto di “non potersi muovere”. Come mai il fatto di muoversi é così fondamentale? Cosa succede in noi quando i movimenti sono sospesi? Conosciamo tutti una condizione nella quale non muoversi é una necessità perché se ci si muove, almeno oltre una certa soglia minima, quella condizione svanisce. Capite certamente che sto parlando del sonno. Quando dormiamo non ci possiamo muovere oltre certi limiti molto ristretti. Se il nostro é un sonno difficile, se ci agitiamo, ci svegliamo: la condizione svanisce.
Quale é il corrispettivo dell’impossibilità di muoversi? Il corrispettivo é che sogniamo.
Non ci muoviamo, ma sogniamo. Oppure diciamo che sogniamo al posto del movimento, sogniamo per non muoverci. É come se sostituissimo l’attività muscolare impedita con una immaginaria. Insomma il sognare, il produrre sogni ci permette di scaricare attraverso delle immagini una tensione che da svegli trasformeremmo in attività fisiche o anche mentali. Tutto dipende dalla qualità del nostro pensiero, dalla nostra capacità di pensare. I nostri sogni sono solo pensieri normali, pensieri come gli altri, dei quali ci possiamo accorgere proprio perché non ci muoviamo. Da svegli invece, quando siamo indaffarati in tanti modi, la massima parte di quello che ci passa per la mente ci sfugge.
Poche condizioni ci mostrano questa corrispondenza quanto la situazione dei bambini piccoli a scuola in questi giorni. L’immobilità e la distanza alla quale sono costretti é particolarmente penosa per loro, non senza ragione. Li descrivono irrequieti fino alla turbolenza oppure spenti e inerti quasi depressi, o ancora turbati e incerti, come sospesi in una situazione di perplessità di fronte a un problema di cui non vedono la soluzione forse perché neppure ne capiscono i termini. L’impossibilità di muoversi comporta l’accumularsi di una stimolazione dall’interno che non può scaricarsi convenientemente. Nei piccoli questo significa potersi muovere, giocare, mettere in atto la propria fantasia. Al contrario, viene loro richiesto un supplemento di sforzo psichico al quale sono meno preparati degli adulti: stare fermi davanti allo schermo di un computer, non potersi distrarre come si vorrebbe e come accade sovente nella norma, non copiare dal vicino, eccetera.
Anche se meno evidente, la situazione degli adulti non é poi tanto diversa. Lo stare fermi, l’essere costretti a fermarsi, mette alla prova la qualità della nostra attività psichica, del nostro sognare si potrebbe dire e dell’uso che riusciamo a farne. Mette alla prova la nostra capacità di dare un senso alla nostra presenza nella vita senza troppo dipendere dalle cose materiali. Il senso del mio appello ai Grey Panthers mi è germogliato in mente pensando che ci deve pur essere una ricchezza interiore sulla quale fare affidamento nelle difficoltà.
É solo uno dei tanti possibili naturalmente ed é più o meno questo:
- Non cambierei mai la mia famiglia o i miei amici per un gioiello, un viaggio, una vacanza, per capelli meno grigi e fianchi più snelli.
- Non mi cambierei mai con un’altra persona perché nel tempo ho imparato a sopportarmi e così siamo diventati amici. Sono diventato mio amico.
- Invecchiando sono più libero: decido se comperare o meno qualsiasi cosa, scelgo se e chi vedere, cosa ascoltare, se muovermi o stare fermo, se essere ordinato oppure tollerare il mio piccolo disordine, quando ridere e quando piangere se ce ne é bisogno.
- Cammino e non corro più. Vado. Vado con il mio passo che non é atletico, non é certo alla moda.
- E se tu mi guardi con una punta di compassione, ti dico che anche tu invecchierai e ti auguro che il tuo invecchiare possa essere lieve come il mio.
- Con qualche punto di saggezza in più che ti faccia capire quello che io ora già so: non puoi comperare la felicità e la serenità perché la sola ricchezza é quella che ti viene da chi ti dà qualcosa di sé.
- Se sai riceverla.
Le mie non sono affermazioni, Grey Panthers, ma domande che pongo: ditemi che ho qualche ragione, vi prego.
E buone feste, forse poco mobili fuori, ma vivissime dentro, a tutti.