Le regole per conquistare una soddisfacente libertà finanziaria e personale

Cosa significa investire? Per molti vuol dire “provare a guadagnare di più” o “battere il mercato”. In realtà, come sostiene Daniel Crosby, investire è un metodo per garantirsi una certa libertà finanziaria e personale. Non è una gara di bravura: è un progetto di vita. E come tutti i progetti, parte da due domande semplici: quando mi serviranno questi soldi? e che ruolo devono avere nella mia vita? (serenità, protezione, crescita, integrazione del reddito)

Ecco un breve glossario di base: 10 voci scelte che tornano sempre quando si parla di risparmio e investimenti. Se queste parole diventano familiari, la finanza smette di sembrare un linguaggio per pochi e diventa un insieme di scelte più comprensibili.

Orizzonte temporale

Il tempo è un ingrediente, non un dettaglio. Se quei soldi li userò tra pochi mesi, la priorità non è “rendere di più”, ma essere disponibili quando serviranno. Se, invece, parliamo di 10 o 15 anni, il tempo diventa un alleato: posso attraversare anche fasi difficili perché non ho bisogno di “incassare” domani mattina. Un esempio molto quotidiano: i soldi destinati a una spesa vicina (un lavoro in casa, una cura, un aiuto a un familiare) è meglio che “dormano tranquilli”; i soldi destinati alla pensione, invece, hanno bisogno di lavorare a lungo. Molti errori nascono quando usiamo strumenti da lungo periodo per bisogni di breve, o rinunciamo al lungo periodo perché guardiamo solo le paure del momento.

Rischio e volatilità

Qui spesso si fa confusione, e la confusione genera ansia. Il rischio è l’incertezza del risultato, la volatilità è l’oscillazione lungo il percorso. In pratica: anche quando l’idea è giusta, il cammino non è lineare. C’è chi controlla l’investimento ogni giorno: è come pesarsi dieci volte al giorno e farsi rovinare la giornata da mezzo etto in più o in meno. La domanda utile non è “si muove?”, perché si muoverà; la domanda utile è “posso permettermi che si muova, senza essere costretto a vendere?”. Perché il rischio più dannoso, spesso, non è quello dei mercati: è costruire qualcosa che non riusciamo a sostenere emotivamente.

Diversificazione

È una parola semplice, ma fa una differenza enorme. Diversificare significa non mettere tutte le uova nello stesso paniere. Non perché così “non si perde mai”, ma perché si riduce la dipendenza da un singolo evento: un settore che va male, un Paese che rallenta, un titolo che crolla. Diversificare non vuol dire comprare tante cose a caso: vuol dire distribuire in modo sensato. È un po’ come in cucina: non serve avere cento ingredienti, serve avere quelli giusti nelle proporzioni giuste.

Asset class

È un modo elegante per dire “ingredienti del portafoglio”. Le principali asset class sono poche, ma hanno comportamenti diversi, ed è proprio questa diversità che rende un portafoglio più robusto.

  • Le azioni rappresentano quote di aziende: nel tempo possono dare crescita, ma nel breve possono oscillare parecchio. Le obbligazioni sono prestiti a Stati o imprese: di solito sono meno “ballerine” delle azioni, ma non sono prive di rischi. Un esempio pratico, senza formule: quando i tassi d’interesse salgono, le obbligazioni già emesse possono perdere valore (perché quelle nuove “offrono” interessi più alti). Per questo molti risparmiatori restano sorpresi quando scoprono che anche le obbligazioni possono vivere periodi difficili.
  • Le materie prime (energia come petrolio e gas, metalli industriali come rame e alluminio, prodotti agricoli come grano e mais) sono asset legate all’economia “reale”: quando cambiano domanda e offerta, i prezzi possono muoversi anche molto. Per questo tendono a essere più volatili e, di solito, hanno senso solo con un peso contenuto e con un’idea chiara del perché le inseriamo (ad esempio come diversificazione in alcuni scenari).
  • L’oro merita una riga a parte perché, pur essendo una materia prima, viene spesso percepito come “bene rifugio”. L’argento, invece, è un metallo “a metà”: ha anche un uso industriale più marcato e quindi può muoversi in modo più nervoso. In alcune fasi possono entrambi contribuire alla diversificazione, ma non sono una garanzia: possono attraversare periodi lunghi in cui non brillano affatto. Anche qui vale la regola della misura e dello scopo.
  • Le valute entrano in gioco quando investiamo fuori dall’area euro: il cambio può aiutare o penalizzare. È un dettaglio che sembra lontano, ma incide: se possiedo strumenti denominati in dollari, il risultato finale dipenderà sia dall’andamento dell’investimento sia da come si muove il rapporto euro/dollaro.
  • Infine c’è l’immobiliare finanziario, ad esempio tramite i REIT (Real Estate Investment Trust): veicoli che investono in immobili (uffici, logistica, residenziale, centri commerciali, ecc.) e spesso distribuiscono parte dei proventi. È un modo per esporsi al “mattone” senza comprare direttamente una casa, con vantaggi e rischi tipici dei mercati.

Asset allocation (e ribilanciamento)

Qui entriamo nella “regia”. L’asset allocation è la scelta delle proporzioni tra questi ingredienti: quanta parte del portafoglio può cercare crescita accettando oscillazioni e quanta parte deve proteggere e stabilizzare. Il ribilanciamento è la manutenzione: nel tempo le percentuali cambiano, perché alcuni pezzi salgono e altri scendono. Ogni tanto riportare ordine significa restare fedeli al progetto, non “indovinare il futuro”. È un approccio molto più solido del rincorrere la notizia del giorno.

Interesse composto

Questa è una delle idee più potenti, e spesso la più sottovalutata. L’interesse composto è il meccanismo per cui, col tempo, non cresce solo il capitale iniziale: crescono anche i rendimenti già ottenuti. È come una palla di neve che rotola e aumenta di dimensione. Un esempio semplice, con numeri arrotondati: 10.000 euro che crescono in media del 5% annuo arrivano a circa 16.000 dopo 10 anni, circa 26.000 dopo 20 anni, e oltre 40.000 dopo 30 anni. Non è magia: è tempo. E qui si capisce una cosa importante: spesso non vince chi “indovina” il momento perfetto, ma chi riesce a dare ai soldi abbastanza tempo per lavorare.

Inflazione

È il nemico silenzioso. Se la spesa al supermercato costa più di qualche anno fa, non è un’impressione: è l’effetto dell’aumento dei prezzi. L’inflazione ha una conseguenza semplice: gli stessi soldi comprano meno. Per questo, lasciare tutto fermo “per sicurezza” può diventare un rischio, soprattutto su orizzonti lunghi. Investire, in molti casi, non significa “fare i fenomeni”, ma difendere la propria libertà futura.

Costi (TER e commissioni)

Questa voce non emoziona, ma incide tantissimo. Il TER (Total Expense Ratio) è il costo annuo di gestione di molti strumenti, soprattutto fondi comuni ed ETF. Poi possono esserci altre commissioni, per esempio di ingresso, di performance (legate ai risultati) e di uscita. Non sto dicendo che ogni costo sia sbagliato: sto dicendo che va visto e capito, perché un costo piccolo, ripetuto ogni anno, diventa grande nel tempo. L’idea pratica è questa: i costi non si vedono “in faccia” ogni giorno, ma lavorano contro di noi ogni anno. La domanda sana è sempre doppia: “quanto costa?” e “cosa ottengo in cambio?”.

ETF e fondi comuni

Qui entriamo nei “contenitori” più diffusi. Un fondo comune è gestito da professionisti che scelgono cosa comprare e vendere seguendo una strategia; l’obiettivo è fare meglio di un mercato di riferimento o ottenere un certo risultato. Un ETF, nella maggior parte dei casi, replica un indice: non cerca il colpo di genio, ma segue il mercato in modo trasparente e spesso con costi più contenuti. Non esiste lo strumento perfetto in assoluto: esiste lo strumento adatto al ruolo che deve avere nel progetto. E qui torna utile una domanda molto concreta: “mi serve qualcosa di semplice e diversificato, o mi serve una strategia specifica, ben spiegata e con un costo giustificato?”.

Comportamento

Questa non è una parola tipica del linguaggio finanziario, lo so. L’ho inserita perché, nella realtà, spesso è il fattore che pesa di più sul risultato finale, più dei prodotti scelti. Perché si può avere anche un portafoglio ben costruito e rovinarlo con scelte impulsive. È una scena frequente: mercati che scendono, titoli allarmistici, ansia, e la tentazione di “mettersi al sicuro” vendendo tutto. Poi magari, quando la situazione si calma, i mercati sono già risaliti e si rientra più tardi, più cari, con una sensazione di frustrazione. Investire bene significa avere un piano prima che arrivino le emozioni, e darsi regole per non farsi trascinare dagli umori del momento.

Abbiamo iniziato chiedendoci cosa significa investire. E la risposta, alla fine, è semplice: investire è un modo per costruire libertà. E’ un percorso di longevità finanziaria, come recita il titolo di questa rubrica: usare il denaro non per “vincere” sui mercati, ma per avere più possibilità di scelta nel tempo. E tutte le voci che abbiamo incontrato – diversificazione, asset allocation, costi, comportamento – servono esattamente a questo: aumentare le probabilità di scegliere, non di subire.

Daniel Crosby fa notare una cosa che vale la pena tenere a mente: molte scelte che facciamo, spesso, non ci rendono più liberi. A volte accade l’opposto. Una casa per le vacanze può diventare un vincolo (soldi fermi, spese, manutenzione) che riduce la voglia – e la possibilità – di viaggiare. Un orologio costoso può finire nel cassetto per paura di rovinarlo. In altre parole: non è solo una questione di “quanto”, ma di “perché” e “a che prezzo”, anche in termini di serenità.

Per questo, oltre alle parole del glossario, vale una domanda finale: le mie scelte economiche stanno aumentando la mia libertà o la stanno restringendo? Naval Ravikant lo riassume in modo brutale e chiarissimo: “Lo scopo ultimo del denaro è quello di non costringerci a essere in un luogo, a un orario preciso, a fare qualcosa che non vogliamo fare”. Ecco, se l’investimento porta in quella direzione – più autonomia, più scelte, più felicità – allora ha davvero senso. Perché queste parole, in fondo, non sono teoria: sono una piccola bussola per leggere meglio le scelte, evitare fraintendimenti e usare il denaro come strumento di libertà.

 

Filippo Montaina:
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