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	<title>Grey Panthers &#187; Pensieri</title>
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	<description>il sito per gli over 50</description>
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		<title>UNA LEONESSA BIANCA E NERA</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 20:55:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Clementina Coppini</dc:creator>
				<category><![CDATA[visto da noi senior]]></category>

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		<description><![CDATA[L'ho deciso a Capodanno, guardandomi allo specchio e vedendo una bella signora che non aveva più voglia di avere i capelli corvini della sua giovinezza. Non ci sono più solo corvi, sulla mia testona, ma anche bianche colombe o se vogliamo candidi cigni. Molte più colombe che corvi, a dire il vero. Perché i corvi sì e le colombe no? C'è posto per tutti, su questo cranio datato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La bellezza naturale tutti dicono sia la cosa migliore, in quanto apportatrice di freschezza e incanto. Però beninteso finché si è giovani, poi il discorso cambia, altrimenti le persone non ti guarderebbero strabuzzando gli occhi quando dici che non vuoi più tingerti. Sì, ho deciso di diventare sale e pepe. L&#8217;ho deciso a Capodanno, guardandomi allo specchio e vedendo una bella signora che non aveva più voglia di avere i capelli corvini della sua giovinezza. Non ci sono più solo corvi, sulla mia testona, ma anche bianche colombe o se vogliamo candidi cigni. Molte più colombe che corvi, a dire il vero. Perché i corvi sì e le colombe no? C&#8217;è posto per tutti, su questo cranio datato. Innanzitutto ho dato un taglio alla mia lunga chioma evincendomi dalla schiavitù del phon e dalla visione di quella massa di capelli sfibrati e sgualciti. Ho comprato uno di quei gel cremosi morbidi e profumati e ho liberato la faccia. Ora sto attendendo che il bianco prenda il posto che deve e così alla fine conoscerò i miei capelli, che sto iniziando a intuire come saranno. Perché una donna deve stare nascosta sotto il trucco e la tinta. Perché non deve mai vedersi bene? Dicono che un uomo con i segni d&#8217;espressione e i capelli brizzolati acquista in fascino. Una donna invece, secondo il comune sentire, se si spoglia del travestimento della giovinezza non acquista niente, sembra solo vecchia e sciatta. E perché mai deve essere così? Personalmente non mi sento né vecchia né sciatta: mi sento libera. Da settimane non mi gratto più la testa dopo la tinta e non mi si macchia più di nero la federa del cuscino. Che bello!</p>
<p style="text-align: justify;">Non ho bisogno di dimostrare di poter far concorrenza alle trentenni. In realtà non posso proprio far concorrenza alle trentenni, e non la potevo fare nemmeno a trent&#8217;anni e forse nemmeno a venti. E allora? Il mio fascino è il mio fascino comunque, non è acuito dal nero dei capelli o dal rosso del rossetto o dal taglio dell&#8217;abito. Può eventualmente essere sottolineato in certe occasioni da questi accidenti, che però sono accidenti, la sostanza essendo altro. Chi parla con me non rimpiange l&#8217;opera tintoria della mia parrucchiera, che pur è bravissima. Se la rimpiange, pazienza, non ho tempo da perdere con gente che conta i capelli in testa al prossimo. Nell&#8217;ultimo mese ho collezionato una serie di aneddoti e di commenti sulla mia decisione, che peraltro non mi pare così rilevante e senza ritorno visto che comunque le tinture esistono ancora e nella vita si può sempre cambiare idea. Quelle che sono più infastidite sono proprio le donne, che mi dicono che sono troppo giovane, che un conto è avere i capelli tutti bianchi e un conto è averli come George Clooney, che George Clooney sale e pepe è stupendo e invece io sembrerò se mi va bene una versione geriatrica della Nonna Abelarda. Fa niente, sia come sia vado avanti così. È nella percezione della donna che invecchia la cosa che non va. Come se ci fosse una legge non scritta che dice che una donna deve sempre essere un po&#8217; diversa da quello che è, e ogni età ha le sue seccature. Tacchi, collant, make-up, tinta, smalto, unghie, reggiseno, depilazione e poi, degenerando, trattamenti estetici sempre più estremi, guaine contenitive da tortura cinese, botul, chirurgia plastica. Ti sottoponi a tutto ciò e poi trovi sempre sulla tua strada una ragazzina fresca come una rosa e bella come il sole che ti fa sembrare una drag queen in disarmo.</p>
<p style="text-align: justify;">Basta. Mi hanno detto che le cose vanno così. E allora cambiamole. Cambiamo prima noi e poi cambieranno i nostri uomini e le nostre amiche e piano piano cambieranno i concetti estetici. Le mode vanno cominciate. Un tempo lo facevano solo i giovani, poi quei giovani sono invecchiati e hanno deciso che non volevano diventare vecchi. Invece io voglio diventare vecchia, proprio perché il mio spirito non ha paura della sfida degli anni. Sarò una leonessa canuta. Bianca e nera come una zebra, ma una leonessa. Però senza baffi alla Vittorio Emanuele, intendiamoci.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>UN PONTE PER IL FUTURO</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 09:06:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Clementina Coppini</dc:creator>
				<category><![CDATA[visto da noi senior]]></category>

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		<description><![CDATA[Ieri sono andata a trovare i miei suoceri, che sono ammalati da due settimane e hanno iniziato l&#8217;anno soli e derelitti, con febbre e tosse. Mi hanno fatto una grande tenerezza, perché per la prima volta li ho visti anziani, forse perché anch&#8217;io ormai ho i miei anni. Mi sono resa conto che ho circa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ieri sono andata a trovare i miei suoceri, che sono ammalati da due settimane e hanno iniziato l&#8217;anno soli e derelitti, con febbre e tosse. Mi hanno fatto una grande tenerezza, perché per la prima volta li ho visti anziani, forse perché anch&#8217;io ormai ho i miei anni. Mi sono resa conto che ho circa l&#8217;età che avevano loro quando li ho conosciuti. Mi sono ricordata che allora loro dovevano occuparsi della madre ottantenne che li faceva disperare, mentre loro non fanno disperare me. Soprattutto mi sono ricordata di mia nonna, di quando andavamo insieme a fare la spesa, di quando lei non stava bene e la spesa gliela facevo io. Quando mi vedeva arrivare con le borse  era come se stesse assistendo a un&#8217;apparizione mistica. Mi dava sempre la mancia e si scusava ogni volta per il tempo che mi faceva perdere. A volte andavo da lei solo per dovere, a volte pensavo davvero di essere una santa ad accudire la nonna, mentre i miei coetanei si facevano i fatti loro, a volte mi dispiacevo del tempo che mi faceva perdere. Ma le volte in cui sono stata con mia nonna sono state talmente tante che ho avuto l&#8217;occasione di divertirmi, con lei, di imparare tante cose, di ridere. Solo dopo che se n&#8217;è andata ho capito tutto questo, prima non ci avevo mai riflettuto. Quando penso a mia nonna Ida ho un solo grande rimpianto: il giorno in cui è morta avrei dovuto andarla a trovare, ma dovevo fare le pulizie di casa e l&#8217;avevo chiamata per dirle che sarei andata un altro giorno. Così ho perso l&#8217;occasione per salutarla un&#8217;ultima volta e ho capito che il concetto di perdita di tempo, quando si tratta di affetti e di persone che hanno sulle spalle tanti decenni, è tutto quanto da rivedere. Non so quante ore della mia vita – adesso che capisco meglio quanto valore abbia ogni ora &#8211; darei per poter passare ancora qualche minuto con mia nonna, a sorseggiare quello che lei chiamava cafù, cioè l&#8217;orrendo beverone di caffè solubile allungato con latte che adesso bevo da sola.</p>
<p style="text-align: justify;">Ieri ho portato un po&#8217; di spesa ai miei suoceri e, quando mi hanno vista, avevano la stessa espressione di tripudio di mia nonna. Mi hanno ringraziato una miriade e mezza di volte e, un paio d&#8217;ore dopo, si sono sentiti in dovere di chiamarmi per dirmi quant&#8217;era buono il pane che avevo comprato e quant&#8217;era sublime l&#8217;etto di prosciutto da me scelto. Solo in mia nonna trovo un paragone a tanta gratitudine, poiché evidentemente bisogna aver vissuto abbastanza anni per comprendere il valore del tempo che il prossimo ti dona. Ora a quanto pare ho abbastanza anni per capirlo, e mi dispiace per il tempo che ho negato a chi lo meritava per dedicarlo a cose sciocche e senza futuro, a passatempi senza prospettiva. Accudire questi vecchietti (che poi tanto vecchietti non sono) mi dà prospettiva, come me la dava stare con la nonna Ida. Ho dovuto vivere per mezzo secolo per finalmente intuire che ogni volta che si getta un ponte verso il passato non è detto che si faccia un&#8217;operazione inutile o si sprechi tempo, ma si può scoprire che al di là di esso c&#8217;è una strada per comprendere qualcosa che ci sfuggiva, per diventare più saggi. Per il futuro.</p>
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		<title>Solinga armonia natalizia</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 07:23:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[visto da noi senior]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho avuto raffreddore, mal di gola e febbre per una settimana intera. Il medico mi aveva consigliato di stare a letto un paio di giorni, ma a me non piace tumularmi sotto le coperte come una vecchietta e così sono uscita lo stesso, senza la maglia della salute.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho avuto raffreddore, mal di gola e febbre per una settimana intera. Il medico mi aveva consigliato di stare a letto un paio di giorni, ma a me non piace tumularmi sotto le coperte come una vecchietta e così sono uscita lo stesso, senza la maglia della salute. Ovviamente mi sono esposta a quella cosa che mia nonna diceva sempre che mi sarebbe prima o poi accaduta per la mia ostinazione a non voler indossare la canottiera di lana e che fino a qualche giorno fa ritenevo una leggenda medico-metropolitana: la terribile ricaduta. Bevo un tè caldo nella mia tazza Grey Panthers e cerco di combattere il virus stagionale che mi ha colpito per la seconda volta. Ho mal di testa e non riesco a lavorare e in più non potrò uscire per qualche giorno, proprio ora che si avvicina Natale e che ci sono mille cose da fare. E se fossi ammalata fino a Santo Stefano? Quali sono queste mille cose che mi perderei? Le pizzate di Natale, per esempio. La pizzata di Natale si svolge di solito in locali affollatissimi, con miriadi di persone che berciano per ore e che si vedono solo perché si appressa il 25 dicembre. Dette persone di solito hanno qualcosa in comune (lavorano insieme, sono amici o conoscenti, hanno i figli nella stessa classe, frequentano la stessa palestra o lo stesso corso di teatro o condividono altro passatempo o spasso che dir si voglia) e quindi non avrebbero motivo di organizzare tale evento per incontrarsi. Se si vogliono vedere lo possono fare tutto il resto dell’anno, se invece non passa per l’anticamera del cervello di farlo al di fuori di questa unica occasione un motivo ci sarà pure. E allora perché esiste la pizzata? Me lo chiedo da decine di anni, mi riprometto di declinare ogni invito di tal fatta e poi puntualmente dico di sì. Sono convinta da sempre che quasi tutti gli altri la pensino esattamente come me, ma che poi tutti noi rinnoviamo il rito dell’abominevole cena pre-natalizia per un qualche motivo falsamente consolatorio, tipo che altrimenti gli altri si offendono o roba simile (invece con tutta probabilità la nostra assenza non verrebbe nemmeno rilevata, così come noi non noteremmo la loro), come se agli altri interessasse sopra ogni altra cosa cenare una volta con noi in occasione della nascita di Gesù Bambino. Altra cosa che perderò è l’agghiacciante shopping natalizio. Non potrò trovarmi nella bolgia del centro commerciale coinvolta in una sfida all’ultimo pacchetto, litigandomi con le altre nonne l’ultimo Cicciobello in offerta speciale. Che peccato, vero? Salterò un paio di brindisi con colleghi che saponificherei volentieri nonché il tradizionale desco celebrativo in cui l’unica tradizione è che si fa sempre da me, così preparo tutto io. Se mi invitassero, sarebbe la prima volta in quindici anni. Non mi sembra così triste e asociale lo scenario che immagino, di me che mangio salmone affumicato con paté e un bicchiere di champagne per conto mio, in santa pace, guardando film scelti da me e non imposti dal capriccioso parentame, incattivito dalla digestione del pranzo ipercalorico, che fa defluire il sangue dal cervello con effetti nefasti per l’ossigenazione già di base non ottimale della materia grigia. I fantasmi dei natali passati saranno pure belli, così come quelli dei Natali futuri in cui riprenderò alla grande con le pizzate, lo shopping e i festeggiamenti casalinghi con la calata degli ospiti. Ma questo fantasma del Natale presente, nella sua solinga armonia, mi attrae, e non mi dispiace affatto per una volta di non dovermi lasciar andare alla melassa che l’occasione usualmente richiede, anzi esige. Al solo pensarci mi sento già meglio, accidenti, ma mi guarderò bene dal farlo sapere in giro.</p>
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		<title>Luigi il re oppure Noè?</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 15:46:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Clementina Coppini</dc:creator>
				<category><![CDATA[scelti per voi]]></category>
		<category><![CDATA[visto da noi senior]]></category>

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		<description><![CDATA[ La crisi fa venire voglia di essere più cattivi, perché quando uno vede assottigliarsi le speranze di un domani migliore gli costa sempre più fatica riuscire a immaginarlo, il futuro, e ci sono momenti in cui vorrebbe in un certo qual modo sfregiarlo, per liberarsene e per offendere ciò in cui crederebbe moltissimo se non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"> La crisi fa venire voglia di essere più cattivi, perché quando uno vede assottigliarsi le speranze di un domani migliore gli costa sempre più fatica riuscire a immaginarlo, il futuro, e ci sono momenti in cui vorrebbe in un certo qual modo sfregiarlo, per liberarsene e per offendere ciò in cui crederebbe moltissimo se non gli sembrasse negato. Il futuro dà quasi  fastidio, insomma. In tempi così si tende ad abbassare la soglia dell’attenzione, ci si distrae, perché ci si fa la falsa idea che non valga la pena di interessarsi al destino del mondo. Così si inizia a pensare alla Luigi XV, vale a dire secondo la regola del “dopo di me il diluvio”. Luigi XV, che pronunciò questa frase sul letto di morte, con tutta probabilità si rendeva conto di non aver avuto granché cura della sua terra, che era proprio sua. Così lo stesso regno sul quale, come diceva il bisnonno Luigi XIV, non doveva mai tramontare il sole, in capo a due generazioni era destinato ad allagarsi per sempre. Infatti nel giro di 15 anni scoppiò la rivoluzione francese, che a modo suo fu un diluvio, di novità, di teste che cadevano e di cambiamento.</p>
<p style="text-align: left;">Cosa si evince da questa storiella? Che non bisogna mai pensare che il sole non tramonterà, e nemmeno disinteressarsi della sorte del mondo prossimo venturo, adducendo come scusa che essa non è un nostro problema perché noi non ci saremo più. Invece è proprio un nostro problema e non bisogna distrarsi. Meglio abbandonare la tentazione di abbracciare la supponenza dei monarchi d’oltralpe e cogliere lo spirito di Noè, che si organizzò per fronteggiare il diluvio e portò con sé ciò che poteva salvare della natura, perché non serve a niente sopravvivere alla catastrofe se non si hanno una mucca, una pianta o un gattino da cui ricominciare.</p>
<p style="text-align: left;">Come volete essere ricordati? Come un capriccioso sovrano francese del Settecento che si concesse tutto alla faccia del suo popolo e di chi gli succedette – atteggiamento che fece infine perdere la testa all’omonimo bisnipote – oppure come un patriarca biblico che traghettò alla salvezza la sua famiglia e il suo zoo da cui nacquero stirpi di uomini e animali?</p>
<p style="text-align: left;">Rifiuto e accettazione del problema: due risposte possibili di fronte a un momento di crisi. C’è un proverbio degli indiani sioux che dice all’incirca così: “Trattate bene la Terra, perché non l&#8217;avete ereditata dai vostri padri, ma presa a prestito dai vostri figli.” Noè non era un pellerossa ma questo lo sapeva.</p>
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		<title>La strada verso casa</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 07:21:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[visto da noi senior]]></category>

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		<description><![CDATA[Vi siete mai chiesti qual è la vera strada per tornare a casa? Quella che non sta scritta sul navigatore satellitare? Potete girare il mondo in lungo e in largo, ma alla fine quella la dovete percorrere per forza, altrimenti come potete sapere da dove siete partiti? Come potete capire dove siete diretti? Io oggi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vi siete mai chiesti qual è la vera strada per tornare a casa? Quella che non sta scritta sul navigatore satellitare? Potete girare il mondo in lungo e in largo, ma alla fine quella la dovete percorrere per forza, altrimenti come potete sapere da dove siete partiti? Come potete capire dove siete diretti?</p>
<p>Io oggi scrivo questa pagina perché mio bisnonno Angelo tornò vivo dal Piave, perché il soldato austriaco sbagliò la mira di qualche centimetro. Angelo aveva vent’anni quando decise che il nemico non doveva più offendere la bandiera italiana rubata facendoci sopra la pipì. Così uscì dalla trincea, andò a recuperare la bandiera e la riportò indietro, facendosi sparare alla schiena. Ho raccontato questo episodio mille volte, non mi stancherò mai di farlo.</p>
<p>Nella mia città, come in quasi tutte, c’è il monumento ai caduti. Ogni 4 novembre vado a dare un bacio ai ragazzi che dissero ciao alla giovinezza per il sacrosanto valore della libertà. Quando penso alla libertà mi viene in mente quella scena di un film di Don Camillo in cui la maestra Cristina, mitica insegnante delle elementari di Brescello, sul letto di morte chiede a Peppone di essere sepolta con la bandiera del re, alla quale lei è sempre rimasta affezionata malgrado l’avvento della Repubblica. Peppone, che si sa è un sindaco comunista, per discutere la faccenda convoca un consiglio comunale straordinario, durante il quale tutti si schierano contro la richiesta della defunta, che secondo loro deve avere la bara avvolta nel tricolore, senza il simbolo della monarchia. Peppone ascolta tutti i pareri, poi si alza e dice: “Vi dirò che io me ne infischio del vostro parere. La Signora Cristina andrà al cimitero con la bandiera che ha voluto, perché vi dirò che io personalmente rispetto più lei morta che tutti voi vivi. E se qualcuno ha qualcosa da obiettare lo faccio volare dalla finestra.” La libertà di pensiero ci viene direttamente dai nostri padri, dai nonni, bisnonni e trisavoli che hanno combattuto per lei e grazie ai quali ci possiamo permettere i distinguo e l’Unità nazionale passa necessariamente dal ricordo di questi vecchi che non sono mai invecchiati, perché sono morti a vent’anni. Ho portato più volte i miei figli a leggere i loro nomi, mostro con orgoglio la croce di guerra e la medaglia d’oro al valor militare del Nonno Angelo, che ho fatto in tempo a conoscere.</p>
<p>C’è anche un discorso di Peppone: “Noi del ‘99 che abbiamo combattuto sul Monte Grappa, sulle pietraie del Carso e sul Piave, siamo sempre quelli di allora. Noi vecchi che abbiamo sul petto le medaglie al valore conquistate sul campo di battaglia ci troveremo allora a fianco dei giovani e combatteremo sempre e dovunque e getteremo l’anima oltre l’ostacolo.” Più chiaro di così si muore. Dobbiamo rispettare gli uomini i cui nomi sono ricordati sulle lapidi. Sono quelli che ci hanno riportato indietro la bandiera di cui abbiamo così poca cura. Dobbiamo ritrovare la strada verso casa, poi da lì inizieremo il nuovo lungo e difficile viaggio che ci aspetta. E se qualcuno non è d’accordo con me, lo faccio volare dalla finestra.</p>
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		<title>Righe e rughe</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 06:01:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Clementina Coppini</dc:creator>
				<category><![CDATA[visto da noi senior]]></category>
		<category><![CDATA[Clementina Coppini]]></category>

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		<description><![CDATA[Da bambina avevo un sogno. Crescendo sono cambiata, il sogno è rimasto lo stesso. Così ho deciso di seguirlo anche in età adulta, sebbene fossi conscia del fatto che si trattasse di un sogno.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Clementina Coppini</strong></p>
<p>Da bambina avevo un sogno. Crescendo sono cambiata, il sogno è rimasto lo stesso. Così ho deciso di seguirlo anche in età adulta, sebbene fossi conscia del fatto che si trattasse di un sogno. Non importa quale sia il sogno, i suoi connotati precisi sono davvero irrilevanti. È il coraggio di seguirlo per tutto il tempo necessario, volendo anche oltre, che costituisce la vera differenza, ma questo lo sanno tutti, in teoria. In pratica questo genere di scelta, quella di seguire i sogni, dopo una certa età viene considerata ridicola o quantomeno inopportuna. Un giovane sognatore è considerato poetico, un vecchio sognatore patetico. Come se le rughe fossero righe da mettere sopra i desideri. Sarà così, ma le rughe non me le sento, quando scrivo. Ogni parola che digito è come un respiro, una voluta d’ossigeno che alimenta la circolazione sanguigna. La stessa impressione che avevo a nove anni, identica, immutata, leggiadra. Questo è per me scrivere. Questa è la passione, quella che ti fa lavorare di notte e sperare per qualcosa che è esterno a te ma è anche dentro di te. È quella per cui non ti aspetti che i tuoi meriti vengano riconosciuti. Questa virtù teologale ha il potere di rendere del tutto accettabili e ininfluenti allo scopo ultimo i fallimenti e le delusioni. Non sempre, ma molte volte sì. Non lo dico perché mi piace raccontarmela, ma perché non mi sono ancora stancata di edificare ardite costruzioni fatte di sogni. Si vede che è un mio limite. Non mi interessa come vengo giudicata, giacché sono contenta così, e non vorrei che fosse altrimenti.</p>
<p>Il tentare, l’avere uno scopo che non sia becero e utilitaristico o interessato, questo appiana le mie rughe. Il riuscire e l’avere successo sono tutt’altra cosa, lo so, ma non è questo il punto. Non lo è mai stato, per me. Anche per questo la mia passione non si è disfatta, perché non le ho chiesto di darmi altro che se stessa, non ho avuto pretese. Non ho messo alla prova lei, quanto piuttosto la mia sincera volontà di tenerla viva per tutti questi anni. La passione necessita di esercizio e dedizione, e ripaga aiutando a mantenere il cervello più funzionante, o almeno mi illudo che sia così. Sarà pure una beata illusione, ma io me ne voglio beare lo stesso, finché mi andrà di farlo. Desidero solo continuare così, anche senza un plateale risultato, tanto per fare, perché fare questo mi piace tanto, ma proprio tanto. Le passioni più grandi sono semplici da spiegare, sono un solco diritto che si è inciso dentro il nostro spirito prima delle rughe, e sul quale bisogna camminare malgrado esse. Ma qual è lo scopo ultimo, quale il fine dello scrivere o del fare altro? Il farlo, tutto qui. Quello che ho imparato da questa esperienza che dura da una vita? Pochissimo: che bisogna restare fedeli al proprio obiettivo nonostante gli innumerevoli insuccessi e che quasi tutti sono convinti che tutto quello che scrivi tu lo potrebbero scrivere anche loro, magari pure meglio. Non ho imparato altro, per ora, ma c’è sempre tempo per sognare ancora un po’.</p>
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		<title>Barroso: per questa Europa servono stabilità e crescita</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Sep 2011 06:38:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
		<category><![CDATA[Barroso]]></category>
		<category><![CDATA[crisi finanziaria ed economica]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>

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		<description><![CDATA[Il presidente della Commissione Europea Barroso ha recentemente riferito a Strasburgo sullo stato dell’Unione Europea]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il presidente della Commissione Europea Barroso ha recentemente riferito a Strasburgo sullo stato dell’Unione Europea ribadendo la necessità di un’analisi onesta e assolutamente chiara. Questa crisi finanziaria, economica e sociale, ha detto, è anche una crisi di fiducia nei nostri leader in genere, nella stessa Europa e nella nostra capacità di trovare soluzioni. L’origine della crisi è chiara: l’Europa non ha colto la sfida della competitività. Alcuni Stati membri hanno ceduto alla tentazione di vivere al di là dei propri mezzi e sui mercati finanziari vi sono stati comportamenti irresponsabili e inammissibili. E non è stato fatto nulla per evitare che si accentuassero gli squilibri tra i nostri Stati membri, soprattutto nell&#8217;area dell&#8217;euro. Questi problemi sono stati aggravati dagli sconvolgimenti dell’ordinamento mondiale e dalle pressioni esercitate dalla globalizzazione.</p>
<p>Ne consegue che le nostre società sono profondamente preoccupate. Molti cittadini europei paventano il futuro. È fortissimo il rischio di chiusure nazionali o addirittura nazionalistiche.</p>
<p>Le reazioni populiste stanno mettendo in discussione le principali conquiste dell’Unione: l’euro, il mercato unico e persino la libera circolazione delle persone.</p>
<p>Ora come ora la crisi del debito sovrano è anzitutto una crisi di fiducia politica. I cittadini, ma anche il mondo esterno, osservano l’Unione Europea e si interrogano. È una vera Unione? C’è davvero la volontà di sostenere la moneta unica? Gli Stati membri più vulnerabili sono veramente decisi ad attuare le riforme necessarie? Gli Stati membri più prosperi sono realmente disposti a dar prova di solidarietà? L’Europa è veramente in grado di rilanciare la crescita e di creare occupazione?</p>
<p>La situazione è grave, certo, ma vi sono soluzioni alla crisi. Esiste un futuro per l’Europa se si riesce a far rinascere la fiducia, e per questo servono stabilità e crescita, ma anche volontà e leadership politica. È necessario proporre ai cittadini un rinnovamento europeo, tradurre nei fatti quanto affermato nella dichiarazione sottoscritta a Berlino dalla Commissione, dal Parlamento e dal Consiglio europeo in occasione del cinquantesimo anniversario della firma dei trattati di Roma: “Oggi viviamo assieme come mai è stato possibile in passato. Noi cittadini dell’Unione europea siamo, per nostra fortuna, uniti.” È una dichiarazione, e le parole contano. Questa volontà deve tradursi in un coraggio quotidiano.</p>
<p>Alcuni insistono che occorre stabilità, altri che serve crescita. Ma non sono forse necessarie entrambe? Alcuni auspicano disciplina altri solidarietà: sono necessarie entrambe. Non è più tempo di soluzioni momentanee e parziali. Bisogna dar prova di determinazione per trovare soluzioni globali e di una maggiore ambizione per l&#8217;Europa. È dunque una questione di volontà politica, un banco di prova per la nostra generazione.</p>
<p>(Da: Commissione Europea &#8211; rappresentanza di Milano)</p>
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		<title>Genitori a 60 anni: sfida egoistica al destino o dimostrazione di coraggio?</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Sep 2011 08:34:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>

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		<description><![CDATA[Il sogno di un figlio (a ogni costo) li ha portati a diventare mamma a 58 anni e papà a 72. È successo al Buzzi di Milano, tra gli ospedali più attrezzati della Lombardia per seguire gravidanze difficili. Sono nati due gemelli, un maschio e una femmina. Mentre l&#8217;Italia s&#8217;interroga sul caso della bimba di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il sogno di un figlio (a ogni costo) li ha portati a diventare <strong>mamma a 58 anni e papà a 72</strong>. È successo al Buzzi di Milano, tra gli ospedali più attrezzati della Lombardia per seguire gravidanze difficili. Sono nati due gemelli, un maschio e una femmina. Mentre l&#8217;Italia s&#8217;interroga sul caso della bimba di Mirabello Monferrato sottratta ai genitori di 58 e 70 anni dopo un mese e tre giorni («per ripetuti casi di abbandono»), un&#8217;altra coppia praticamente della stessa età a Milano brinda al giorno più felice della vita. Le cartelle mediche raccontano di 27 anni di tentativi, la prima fecondazione assistita provata a metà degli anni Ottanta, cure di ormoni ed ecografie accompagnate da speranze e delusioni. E, infine, il desiderio realizzato grazie all&#8217;ultimo fortunato impianto di embrioni in un Paese dell&#8217;Est.<br />
È una storia senza Vip: non c&#8217;è la rockstar Gianna Nannini madre a 54 anni e neppure la donna in carriera che ha ritardato la maternità senza fare i conti con l&#8217;orologio biologico. Qui ci sono un&#8217;impiegata e un meccanico in pensione che non si sono mai arresi davanti alle difficoltà di diventare genitori. I due hanno sfidato la legge, si sono spinti fuori dall&#8217;Italia, dove sono vietate tecniche di fecondazione assistita di questo tipo: la donazione di ovuli da parte di un&#8217;estranea è stata l&#8217;unica chance per avere figli.<br />
<strong>Le maternità in menopausa, fino a ieri impensabili, oggi sono ricercate con ostinazione. È una sfida (egoistica) al destino oppure una dimostrazione di coraggio nell&#8217;inseguire il proprio sogno di felicità?</strong> In Italia partorire oltre i 30 anni è diventato ormai la normalità: l&#8217;età media al primo figlio delle madri italiane è di 31 anni (il 65% delle mamme ha tra i 30 e i 39 anni). Alcune attrici hanno poi contribuito a sdoganare i figli messi al mondo superati i 40. E, con la Nannini e Heather Parisi, hanno fatto discutere le maternità over 50. Ora la cronaca racconta di gravidanze che infrangono le barriere biologiche, con madri-nonne 60enni.</p>
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		<title>Il Grande GGG</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Sep 2011 15:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Clementina Coppini</dc:creator>
				<category><![CDATA[visto da noi senior]]></category>

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		<description><![CDATA[Un giorno, qualche anno fa, ho conosciuto il GGG. Il Gruppo Grotte Gavardo è un’associazione di volontari che hanno cominciato nella notte dei tempi ad addentrarsi nelle caverne bresciane alla ricerca di segni del passato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Un giorno, qualche anno fa, ho conosciuto il GGG. Il Gruppo Grotte Gavardo è un’associazione di volontari che hanno cominciato nella notte dei tempi ad addentrarsi nelle caverne bresciane alla ricerca di segni del passato. Ci andavano la domenica, perché ognuno di loro per vivere faceva un altro lavoro e a quei tempi c’era solo la domenica, e non tutte, per dedicarsi alle proprie passioni. Un giorno, in una grotta chiamata Buco del Frate, trovano un orso delle caverne intero. Intero per quanto riguarda lo scheletro, ovviamente. Lo raccolgono e lo portano via. Ma dove metterlo? Nasce l’idea di fare un piccolo museo. Un paio di stanze dove mettere l’orso e le altre cose che vanno pian piano trovando in giro, camminando nelle campagne e facendo quella che si chiama raccolta di superficie. Passano dopo i contadini e raccolgono cosa del passato la terra restituisce dopo l’aratura. Un giorno iniziano a scavare un villaggio di palafitte in un laghetto prosciugato. il sito si chiama Lucone ed è tra le colline di Polpenazze del Garda. Trovano una piroga di legno di 4000 anni fa nella fanga, la tolgono, le fanno un calco e poi lei si scioglie, come accade al legno così antico, troppo fradicio e inconsistente per resistere al contatto con l’aria. Il museo cresce con gli anni e poi si trasferisce in un bell’edificio quattrocentesco annesso alla parrocchiale di Gavardo, con tanto di piacevole chiostro.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo più di trent’anni in estate sono ancora lì al Lucone, e ultimamente hanno deciso di cambiare il significato del proprio acronimo: ora GGG corrisponde a Gruppo Geriatrico Gavardese. Gabriele, Angelo, Carlo, Tita, Pico, Eligio, Sergio, Cecco e gli altri: è quasi commovente vedere i loro occhi luccicare ogni volta che viene trovato un reperto degno di nota. Quest’anno sono venute fuori una vasca e un vassoio di legno, ma ora i tempi sono cambiati e i legni antichi si mettono nelle celle frigorifere in attesa di restauro. I tempi sono cambiati, ma non l’entusiasmo e la magica manualità che ha permesso loro di costruire geniali macchinari utili al lavoro come la setacciatrice automatica e l’ingegnoso sistema per fotografare le sezioni. Il GGG è poliedrico. Scavano di fianco agli studenti universitari che appena sbarcati dalla facoltà li guardano con aria di sufficienza, ma presto capiscono che quei vecchietti ne sanno molto più di loro e sono degli archeologi veri, non un manipolo di rimbambiti che giocano con la terra. Inoltre tagliano l’erba, puliscono e organizzano lo spiedo di fine scavo, che è un barbecue di lusso. Magari ogni tanto si incriccano mentre sono inginocchiati a scavare, ma hanno una resistenza alla fatica che certo non ho visto nei loro colleghi ventenni.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.grey-panthers.it/wp-content/uploads/2011/09/museogavardo.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-17633" title="museogavardo" src="http://www.grey-panthers.it/wp-content/uploads/2011/09/museogavardo-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>A che cosa ha portato questa dedizione? Il giugno scorso il Lucone è entrato nella lista Unesco del Patrimonio dell’Umanità, e con lui il museo dove sono conservati i reperti trovati sullo scavo. Non è uno splendido risultato per questi ragazzi che tanti anni fa hanno deciso di inseguire la loro passione in un lago asciutto? Eppure si vede che, per quanto siano fieri dell’iscrizione alla lista, la loro vera gioia è essere ancora lì a giocare con la terra.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>In Cina cala il rispetto per gli anziani</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Sep 2011 08:53:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
		<category><![CDATA[anziani]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[truffe]]></category>

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		<description><![CDATA[La Cina, terra di Confucio, il filosofo che vedeva nel rispetto degli anziani la radice stessa dell'umanità tanto da scrivere che "E' il rendere onore ai genitori e agli anziani che rende la gente umana", sta cambiando radicalmente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La Cina, terra di Confucio, il filosofo che vedeva nel rispetto degli anziani la radice stessa dell&#8217;umanità tanto da scrivere che &#8220;E&#8217; il rendere onore ai genitori e agli anziani che rende la gente umana&#8221;, sta cambiando radicalmente. Il grande e florido Paese che si appresta ad investire in imprese e buoni del Tesoro italiani, dovrebbe forse dedicare un po’ più di attenzione alla cura dei suoi cittadini. E&#8217; di pochi giorni fa, infatti, la notizia di un ottantottenne che, caduto a terra a un lato della strada, è stato lasciato sanguinante per 90 minuti (fino all&#8217;arrivo dei parenti) nella totale indifferenza dei passanti che temevano, nell&#8217;aiutarlo, di venire accusati di estorsione o truffa a danno del malcapitato. Ciò che sconvolge ancora di più dell&#8217;episodio stesso, che non è comunque isolato, è che da un sondaggio successivamente realizzato via Internet dal Quotidiano del Popolo, organo del Partito Comunista, è emerso che l&#8217;’80% dei votanti si sarebbe comportato come quei passanti, tirando dritto per paura di false accuse di estorsione. A questo sono seguiti altri sondaggi tutti con lo stesso risultato finale, e pare che la causa di ciò sia la troppa facilità con cui in passato anziani che cadevano perseguivano legalmente, e con successo, chi li aiutava o chi stava vicino a loro durante una caduta. Il governo è corso ai ripari pubblicando una “Guida tecnica per prevenire e affrontare le cadute degli anziani”, che offre alcune linee guida su come comportarsi in questi casi e suggerisce di chiamare subito i parenti dell’anziano perché lo accompagnino all’ospedale. La polemica però dilaga, tanto che un giornalista è arrivato provocatoriamente a chiedersi se, in caso di parenti irreperibili, sia il caso di lasciare morire la persona caduta. Molti hanno poi sottolineato l&#8217;inutilità di una guida di questo tipo che non potrà mai sostituire la spontanea volontà di dare aiuto, né impedire il rischio di una truffa.</p>
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